Primo titolo alternativo facile facile per The House that Jack Built, il nuovo film di Lars von Trier: “La demoniaca commedia” . Il controverso e psicolabile regista danese sceglie infatti un viaggio tra i gironi dell’inferno come cornice del suo film, come pretesto narrativo per fare parlare il suo Jack dei suoi crimini nello stesso modo in cui Charlotte Gainsbourgh si confrontava con Stella Skarsgaard in Nymphomaniac.

E di quel film, The House that Jack Built è una sorta di gemello, una versione speculare con la violenza al posto del sesso: il protagonista è un serial killer che nel buio, a un misterioso Verge, racconta 5 dei suoi crimini infarcendoli di riflessioni filosofiche, artistiche e di strampalate teorie. E di violenza certo, ma Von Trier (che scrive il film con Jenle Hallund) non è interessato al suo film come fosse un thriller o un horror, così come il sesso non produceva erotismo nel suo film precedente: al danese interessano la violenza (dura, ma non così estrema come la pubblicistica da Cannes racconta: un cinefilo con un po’ di pratica horror ha visto ben di peggio) e la morte come elemento che dica come “la vita sia malvagia e dura, senz’anima”, come ha detto al The Guardian.

Al Von Trier delle ultime opere non interessano i film e nemmeno, se vogliamo, il cinema come forma d’arte, come fine: per lui il cinema è un mezzo per esprimere e catalogare le sue depressioni, perversioni, fobie e dar loro una forma. The House that Jack Built è il diario che uno psichiatra farebbe scrivere a un romanziere malato, solo fatto con immagini in movimento, un esercizio di terapia in forma di film: e in questi termini sta al cinema come quel diario starebbe alla letteratura. Un film in cui le immagini supportano le parole, le digressioni, le lezioni, in cui i tempi si dilatano senza posa e il regista usa lo spettatore per vedere fino a dove può arrivare, come un giocattole. Ma rispetto ad altri suoi film, The House that Jack Built risulta pressoché innocuo: perché l’ironia e l’umorismo cinico sono sempre e soltanto auto-riferiti, perché al regista interessa solo parlare di sé stesso attraverso Jack, dei propri problemi, dei propri difetti dai quali autoassolversi e autoesaltarsi (come quando si paragona ai grandi dittatori della storia come esecutore di grandi opere d’arte intrise di morte).

Tutto è detto, spiegato, illustrato, tutto è limpido ed espresso nel suo cinema, non ci sono ambiguità né misteri, non sottintesi né veli poetici a partire dal titolo: se la frase è un modo di dire, derivato da un racconto per l’infanzia, per sottolineare una casa molto bella, Von Trier racconta di un Jack che deve costruire una casa. È un approccio che svela l’operazione di auto-analisi che il film fa per 2 ore e mezza durante le discussioni con Verge: prima che raccontare, il regista vuole capirsi. Ed ecco che arriva il secondo titolo alternativo del film: “Dialogo (in senso filosofico, leopardiano) tra un regista farneticante e un critico cinematografico” .

Di questo parlano incessantemente nel film, a questo vuole giungere il regista, solo di una cosa a lui interessa: di confrontarsi con le critiche ricevute durante gli anni per giustificarsi e uscirne vincitore, anche se morto e finito. Buon per lui: dal punto di vista di critico, il film infila una serie di temi e modi molto interessanti da sviluppare in un testo analitico, ma come esperienza filmica gli mancano i lampi illuminanti e il carisma narrativo di molti suoi film precedenti, con la potenza visionaria che emerge solo nel quarto d’ora finale. Un film interessantissimo di cui non ce ne frega nulla, ed ecco il terzo titolo alternativo.

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