Alla prima di The Leisure Seeker, in concorso a Venezia74, gli applausi per Paolo Virzì scattano già ai titoli di testa. E se si tratta di una prima volta per una produzione statunitense, non lo è invece per la Mostra del Cinema di Venezia, dove Virzì aveva trionfato con il suo indimenticato Ovosodo, Gran Premio della Giuria nel 1997. Di nuovo una coppia di anziani sugli schermi del festival, dopo Robert Redford e Jane Fonda, e se in Our Souls at Nights l’amore era colto al suo nascere, Ella e John, i protagonisti di The Leisure Seeker, si sono appartenuti per tutta la vita, tanto che l’idea di separarsi risulta loro insopportabile. In una società medicalizzata che antepone la manutenzione degli organi interni al rispetto dei sentimenti, la coppia decide di lasciarsi alle spalle tutto e partire insieme, spingere avanti la propria libertà fin quando sia possibile. The Leisure Seeker, il vecchio camper che li porta ad attraversare la East Coast, rappresenta una metafora perfetta della condizione di Ella e John: lento, risoluto, sprigionante un fumo denso di personalità, proprio come i suoi passeggeri. Non sono due vecchi remissivi Ella e John: hanno avuto una vita splendida, che riesce ad attrarre la curiosità altrui quando su schermi improvvisati scorrono le diapositive che mostrano lei, giovane e bellissima, lui già distinto insegnante capace di farsi ricordare da studenti ammirati a decenni di distanza. E per quanto John, un Donald Sutherland particolarmente intenso, stenti a ricordare il nome dei suoi figli, la sua memoria saccheggiata dal tempo conserva alla perfezione brani interi dell’amato Hemingway; “interpretare questo personaggio” racconta Sutherland “è stata l’occasione per rileggerne l’intera opera. Non lo facevo da 50 anni”.

Proprio a Key West, residenza dello scrittore in Florida, i due si stanno dirigendo con la spavalda gioia di chi ricorda bene che cosa si prova ad essere padroni della propria vita, senza alcuna commiserazione melodrammatica. Questa leggerezza, cifra di tutto il lavoro di Virzì, ha convinto la Mirren ad accettare il ruolo e confrontarsi con un’esposizione realistica del fine vita che negli Stati Uniti, come ricorda Virzì, rappresenta un business economico particolarmente incisivo. La sceneggiatura, scritta con i sodali Francesco Piccolo e Francesca Archibugi, si è avvalsa della collaborazione di Stephen Amidon, autore del romanzo Il Capitale Umano (da cui l’omonimo film del 2013) sia per l’adattamento angloamericano dei testi che per verificare la coerenza culturale della storia nella fase di ripresa, sedendo a fianco di Virzì ad ogni ciak. Il film respira di uno ‘sguardo italiano’ nella misura in cui ha saputo “esplorare l’aspetto ridicolo della vita, che è qualcosa di esaltante e di spaventoso al tempo stesso” come precisa il regista, che racconta aver ricevuto molte proposte dopo che due suoi film, La prima cosa bella e Il Capitale Umano sono stati designati come Best Foreign Language per quella giostra, come la definisce lui stesso, che è la corsa agli Oscar. La scelta è caduta su questa storia per la sua spinta alla ribellione, a perseguire la libertà di scegliere la propria vita. Una sfida importante, quella di girare in una lingua non propria e in una scenografia non familiare, dove era alto il rischio di incorrere in facili cliché, come spesso accade ai registi stranieri che finiscono per catturare dell’Italia solo i luoghi più turistici. Per questo il viaggio dei protagonisti è stata spostato dalla Route 66, come descritto nell’originale del romanzo di Michael Zadoorian, all’East Coast, che offriva al viaggio panorami di una malinconia più vicina ai protagonisti.

Nel film John Spencer viene coinvolto in un comizio di Trump in tempi non sospetti: “Mi dispiace che adesso appaia come una profezia” dice Virzì. “In realtà ho solo voluto inserire quello che stava accadendo, in quel momento, negli Stati Uniti. Volevo che la storia personale dei miei personaggi si riflettesse nel quadro più ampio di un Paese, immaginando che forse Ella e John stessero fuggendo anche da una società che non riconoscevano più.” La grande attesa per la svolta americana non è stata delusa da un film intimista sullo sfondo dei grandi spazi che si aprono a un road movie in cui il regista italiano (anzi di Livorno, come ama definirsi) riesce a trovare toni da grande classico. “La prosa che è poesia” come insegna il Professor John Spencer nel film, oltre che di Hemingway, sembra essere dono anche di Paolo Virzì.

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