L’apocalisse è uguale per tutti. The Rain, prima serie danese prodotta da Netflix, si comporta come tanti altri serial a tema, a cominciare da The Walking Dead ma senza zombi. Tutto il raccapriccio è risolto sullo schermo con un più economico rigurgito, qualche convulsione ben assestata e il resto del tempo stesi a terra in attesa della decomposizione. Assai democratico nella sua efficacia e nella sua condivisione infettiva. Sulla falsariga del serial di Robert Kirkman quando era alle primissime battute, anche The Rain postula una fine del mondo con qualcosa di non “definitivo”, ancora accompagnato da flebile speranza. Non tutto è perduto. Tratta la morte come una conseguenza di eventi indipendenti dalla nostra volontà e di cui non siamo pienamente a conoscenza. L’apocalisse di solito la subisci. Quando la fine del mondo arriva, dopo lo shock, tutto si trasforma in un logorante anelito di preservazione. Una mutazione dell’animo. E The Rain si adegua.

La giovane Simone e il fratellino Rasmus, l’apocalisse la subiscono a causa del padre che in un disperato tentativo di salvarne la vita li chiude assieme alla madre in un provvidenziale bunker della compagnia Apollon per poi dileguarsi in cerca di una soluzione al disastro. Morta la madre, i due trascorrono i successivi sei anni chiusi nel bunker finché le scorte di cibo non si esauriscono costringendoli a uscire. Nel mondo esterno Simone e Rasmus incontrano un gruppo di giovani superstiti e assieme tentano di cavarsela in mezzo a desolazione e pericoli mortali, tra cui bande armate di “stranieri” che operano per conto della Apollon.

Si fa avanti una paradossale giustizia poetica nello sterminio del genere umano in The Rain: il virus è nascosto nella pioggia. L’acqua che dovrebbe preservare la vita, procura invece la morte. Più definitivo di così. Stranamente, il dibattito interiore della serie creata da Christian Potalivo, Jannik Tai Mosholt e Esben Toft Jacobsen più che al retorico scenario distopico – pure questo quasi sempre uguale per tutti in tv o al cinema – guarda all’erosione dei singoli personaggi a confronto con se stessi e con il proprio passato. Ogni episodio si concentra su uno di loro, sono parentesi eloquenti che sempre conducono lì, alla fine di tutto. Una ragione ce la canta Adna, in una delle canzoni presenti nella colonna sonora della serie: Beautiful Hell. Il bellissimo inferno è quello dei suoi giovani protagonisti che vivono l’apocalisse come in un young adult. Gli adulti, tranne rare eccezioni, sono sbagliati, deludenti, più spesso rappresentano un pericolo. Totalmente incapaci di ricostruire il mondo come si conviene, a tal punto che la preservazione dell’altro avviene in un caso perfino attraverso il sacrificio dell’altrui corpo. Succedeva in The Walking Dead, qui invece è presentato in un’assurda chiave filosofica stile new age. Meno disturbante per lo sguardo.

Nel bellissimo inferno di The Rain, Simone e gli altri ragazzi oltre alla sopravvivenza trovano il tempo di essere se stessi: adolescenti o giù di lì costretti a reciproca conoscenza. Pure il divertimento è tra i bonus del kit di sopravvivenza. Sicuramente questa è la parte più solida della storia. I tre sceneggiatori ci provano a distinguersi, grattano dal fondo dell’immenso pentolone delle apocalissi prossime venture e raccontano la fine del mondo come abbiamo sempre immaginato che fosse. Otto puntate sono forse troppo poche per contenere tutte le risposte o per approfondire maggiori dettagli. Talvolta si corre così veloci da lasciarsi qualcosa alle spalle. Ma d’altronde quando finisce il mondo ti tocca correre. Rispetto ad altre prove del genere, The Rain si guadagna la promozione per meriti assortiti: l’ambientazione scandinava, dove oltretutto piove parecchio; i suoi attori, a partire dalla protagonista Alba August (che ha due genitori importanti, Bille e Pernilla August, ed è tra le promesse europee della sua generazione), e la maturità del linguaggio televisivo e narrativo. Non è una scoperta. La fiction nordica già da un po’ ha rivelato di custodire grandi tesori. Netflix ne è diventata ora la roboante cassa di risonanza.

 

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