Altro che Downton Abbey. Sua Signoria Julian Fellowes, oggi indaffarato con la stagione 4 della fortunata serie e a presentare su ITV fastose dimore inglesi, non si offenderà se chiediamo congedo dal lusso di Highclere Castle. Destinazione: Hayfield, nel Derbyshire, su al nord. Dove il baraccone televisivo di BBC ha ottenuto asilo per le location del bellissimo period drama scritto da Peter Moffat, The Village. Sei episodi diretti da Antonia Bird (episodi 1-4) e Gillies Mackinnon (episodi 5 e 6). Quest’ultimo, scelta quasi provvidenziale: nel 1996 aveva narrato l’inferno della Grande Guerra nel film Regeneration. Una piccola scorta di quell’esperienza se l’è portata dietro. E notate le coincidenze: Regeneration è anche il romanzo di Pat Barker che Moffat ha affidato al protagonista John Simm (Life On Mars) assieme al copione, in compagnia del bestseller di Margaret Wombwell, Milk, Muck And Memories. Della serie: scopri quant’era dura la vita nell’Inghilterra rurale di inizio secolo e come si poteva morire sull’amato suolo di casa accusati di tradimento e codardia pur di non tornare a crepare in trincea.

Il volto rugoso dell’attore David Ryall (Quartet) appare sullo schermo per primo. Nella parte di Bert Middleton, l’uomo più anziano del regno, cento e passa anni sorretti dai ricordi. C’è un’intervistatrice che gli fa domande. A tutte non risponde. Tra un tremore delle mani e un silenzio addolorato che vale tante parole, parte subito con i dati di fatto: la sua infanzia ha ufficialmente inizio nel 1914 con il primo autobus di passaggio al paese. Da lì ne scende una giovane donna, figlia del vicario, che farà girare la testa a parecchi. Compreso lui. Ragazzino, ma non così ingenuo da farsi mancare sbirciata proibita attraverso il tetto del bagno pubblico. Cercando poi appagamento in mezzo alla campagna, che ci sta a fare la bucolica Gran Bretagna altrimenti?, sfregandosi in mezzo ai pantaloni e temendo non l’ira di Dio ma quella del padre (John Simm). Ubriacone molesto e picchiatore, contadino fallito che in Dio troverà reale conforto e redenzione.

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Altri dati di fatto riemersi dai ricordi del vecchio Bert: tanta povertà, molta fame e generale senso di impotenza di fronte alla crudezza della vita. In omaggio, arrivavano pure i pidocchi passati da una crapa all’altra, tra gli allievi della scuola. Manca tanto così allo scoppio della guerra, e questo è un supremo dato di fatto che The Village si tiene ben stretto per le implosioni drammatiche. La guerra la racconta assorbendo la stupidità patriottica di chi vorrebbe arruolarsi e non può, affiancandola all’angoscia di chi parte mescolandosi a una parata di futuri combattenti cercando invece gli occhi della madre. Che non è citazione fantozziana, ma collocazione precisa all’indirizzo di Maxine Peake (una grandissima della recitazione made in UK, in Italia s’è vista nel dramma giudiziario Silk), madre di Bert, del fratello Joe e moglie offesa di John l’ubriacone.

C’è molto altro da raccontare. Ma vi priveremmo del piacere di scoprire quell’altra vita, ostile e difficile, così simile ai racconti dei nostri vecchi. Tocca dirlo: i drama in costume sono come un’allergia primaverile per alcuni spettatori. C’è sempre qualcosa che non va: i dialoghi frutto di alterigia letteraria oppure la massa incostante di personaggi strizzati in abiti decisamente fuori moda. The Village è drama in costume per definizione, non per scelta. Qualcuno lo ha definito l’Heimat britannico. Forse. Moffat ha spiegato di averlo realizzato pensando prima alle memorie del nonno, quindi come prodotto televisivo con lo scopo di raccontare gente vera, gente comune, attraverso la vita di un villaggio e le diversità di classe sociale. Pure qui c’è aristocrazia in azione (quella che si arricchì durante la guerra). The Big House, dove risiedono i signorotti locali, sembra tuttavia uscita da un romanzo di Wilkie Collins. Colma di drammi e isteria. Di chic non possiede nulla, neanche le freddure della padrona di casa (magnifica Juliet Stevenson, che della campagna sa qualcosa per via dei genitori originari di Sheffield).

The Village è insomma l’anti-Downton Abbey. Televisivamente perfetto. In cui tutto riemerge dalla nebbia del tempo attraverso grandi e piccoli drammi, arroganza e cattiveria, latente sopraffazione e astuto calcolo politico. Un campionario già metabolizzato altrove, ma senza la consapevolezza realista imposta da Moffat. Quasi impercettibile la suddivisione del lavoro registico tra Antonia Bird e Mackinnon, rigoroso e perfetto l’ensemble degli attori, a partire dal piccolo Bert (Bill Jones) per finire con l’immenso John Simm, al top quando ti punta con quelle due fessure al posto degli occhi o quando ingurgita un secchio di birra e acqua sporca pur di appagare la sua sete. BBC ha promesso una seconda stagione. Sarà la fine della famiglia Crawley?

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