Tra le poche certezze del cinefilo, soprattutto di quello che viene in trasferta al Torino Film Festival, c’è il livello del cinema di genere sud-coreano. Sotto la Mole, una delle fucine industriali più ricche dell’oriente presenta uno dei film horror più attesi e acclamati dell’anno: The Wailing diretto da Na Hong-jin e già presentato con successo a Cannes. Ma, come a volte capita con i prodotti dell’estremo oriente (per esempio, Sion Sono) l’aura di culto prevale sull’effettivo valore del prodotto.

Il film racconta di una strana epidemia di morti, comportamenti assurdi e gente che si putrefà in vita dentro una comunità sulle colline. Un poliziotto, che sta seguendo questi casi, si trova coinvolto in prima persona quando quello che si presume essere uno spirito s’impossessa della figlia. Da dove arriva il male? E come affrontarlo? Con l’aiuto spirituale di uno sciamano o attraverso mezzi eminentemente umani? La sceneggiatura di Na Hong-jin parte da elementi tipici dell’horror demoniaco per spostarsi con i minuti (molti, circa due ore e mezza, forse troppi) in territori più esoterici e ancestrali cercando di fondere un certo gusto antropologico con uno spirito più convenzionale e commerciale.

Na sa certamente gestire l’atmosfera: il gusto bizzarro e l’andamento buffonesco – con un protagonista che sembra Pinotto e una coppia di poliziotti non proprio acuti – lasciano lo spazio poco a poco a un tocco sempre più cupo e disperato, così come gli ambienti passano dall’urbanità alla natura che fa da sfondo allo scontro tra forze del bene e del male. E The Wailing sa come creare uno scontro apocalittico che cova sotto la quotidianità, mostrando l’umanità come frutto, spesso marcio, di ciò che avviene oltre la nostra comprensione.

I limiti principali del film, che si fa forte della competenza dietro la macchina da presa del suo autore, e di una bella cura di sonoro e montaggio, sono in un meccanismo narrativo altalenante e poco compatto e soprattutto in un tono sempre survoltato, sempre sopra le righe, in cui i crescendo – fatta eccezione per il duello a distanza tra lo sciamano e il “demone” giapponese, ottimo – sono sottolineati da urla continue, da attori che sovra-recitano senza posa, spegnendo così la tensione filmica. Non abbastanza per giustificare il culto quindi, ma sufficiente per chi cerca qualche dose di turbamento a tratti insolito.

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