Una vecchia regola dell’analisi del film dice che dalla prima sequenza, a volte dai titoli di testa, si può vedere in nuce tutto il film che seguirà. I bellissimi titoli di testa di Todos lo saben, nuovo film di Asghar Farhadi (scelto come film d’apertura del 71° festival di Cannes), però ingannano: l’orologio scassato di un campanile, abitato solo da piccioni e dalle scritte degli innamorati sulle pietre. Il tempo che passa e si ferma, l’evoluzione e la fossilizzazione di persone e sentimenti. Peccato che questi temi e questo modo prezioso di raccontarli si fermino appunto al prologo.

Todos lo saben racconta di una famiglia che dall’Argentina torna in Spagna per festeggiare un matrimonio durante il quale scompare la figlia di Penelope Cruz. Intorno alla scomparsa e al presunto rapimento ruotano segreti, tradimenti, rivelazioni e sospetti nel tipico stile del regista – anche sceneggiatore – che costruisce anche qui un dramma a tinte thriller in cui il gioco delle sorprese e dei colpi di scena procede a scalfire la serenità familiare.

Due cose però limitano l’impatto e l’efficacia del film di Farhadi: la prima e più evidente è come il cambio di cultura e sensibilità tolga al racconto il suo sostrato, quell’appiglio sociale che ha fatto la fortuna dei suoi film iraniani (e anche di Il passato, girato in Francia ma in milieu culturali a lui affini) manca e il regista non sa come adattarvisi, ricorre a cliché facili e senza un mondo reale che conosce il suo racconta rivela la patina artificiosa e meccanica di una telenovela di lusso.

Altro grosso limite, più sottile, è il rapporto con la verità, ovvero laddove nei precedenti film del regista ogni snodo e rivelazione portano a un’ambiguità, un mistero, un sotto-testo legato, appunto, al mondo in cui sono ambientati, in Todos lo saben tutto è davvero rivelato e vero, non ci sono misteri che non vengano svelati, non c’è ambiguità che non porti a un’agnizione, come se questo fosse un modo molto superficiale di rapportarsi al côté cattolico della vicenda. Mancando quindi l’ambiente in cui far crescere il film, Farhadi non riesce a catturarne la vera forza, a comunicare in modo profondo anche attraverso una messinscena più semplicistica del solito e attori che, in paradossale coerenza, recitano superficialmente. Lasciando sullo sfondo quei piccioni, quell’orologio abbandonato, quella finezza realizzativa suggerita dall’incipit.

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