Tonya-poster
Craig Gillespie

Tonya

8

Questa è la storia di Tonya Harding, pattinatrice americana, e del suo tonfo professionale avvenuto nel 1994 quando fu accusata di aver incoraggiato il ferimento della rivale Nancy Kerrigan per avanzare nella classifica della nazionale in vista delle Olimpiadi d’inverno. Colpevole o meno, la carriera della ragazza ne uscì distrutta.
Dei film “sportivi” di questa stagione (Borg McEnroe, La battaglia dei sessi), Tonya, il film dell’australiano Craig Gillespie, è il più onesto. Non tanto nell’invocare lucidità di vedute sulla vicenda o nel prendere le parti della protagonista, comportandosi da impeccabile biopic, quanto nell’aver scelto la strada della dark comedy e del mockumentary – con vaghe inflessioni da tragedia greca per campagnoli –  per riportare alla ribalta un personaggio controverso, irresistibilmente naif, perfetto per una valutazione psicologica della sua intera vita. Vita diluita sullo schermo da fulminei passaggi, ossessionata dai sensi unici con madre-mostro (chi ci salverà dalla bravura di Allison Janney?), assenza di figure parentali e orridi fidanzati dalla mano pesante.
Un film all’insegna di un equilibrio tra due soli estremi a regolare la vita della Harding: il pattinaggio e una vita domestica violenta. Esaurito l’arrembaggio da strizzacervelli, Tonya resta incollato alla sua volontaria follia, quasi un normale effetto collaterale una volta conosciuti tutti i personaggi; talvolta sublimato da modi di procedere à la Martin Scorsese, viene in mente la foga di Quei bravi ragazzi, talvolta ricorrendo a strizzate d’occhio in direzione di precedenti ruoli crazy della sua protagonista Margot Robbie (Suicide Squad). Una normale follia che avvelena il caro vecchio American Dream, qui rievocato verso la fine da avvilente ipocrisia: del resto Tonya non è prototipo da “sana famiglia americana”, pertanto va penalizzata. Hai voglia a eseguire spettacolari tripli axel sulla pista, al rallenty. Al suo posto prende corpo invece una borderline che preferisce il rock in sottofondo, le unghie laccate e repertorio verbale da camionista. Una self-made woman al contrario. Capace di distruggersi come niente. E l’ironia in Tonya non è un optional, è una parte del tutto. Fa capo allo script di Steven Rogers, abilmente infarcito di ammiccamenti davanti alla camera, e all’abilità di Craig Gillespie alle prese con tecnicismi all’ingrosso. Utili a camuffare di gloria la storia di Tonya, da vero manifesto hollywoodiano per vincenti. Ma è solo un’amara illusione.

Pubblicato sul Mucchio Selvaggio n. 764

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