C’è un motivo per cui Top Of The Lake può essere ragionevolmente considerata la migliore sorpresa di una stagione televisiva piuttosto deludente, e riguarda ciò che si può fare con molto talento e un materiale non proprio originale: la crime-story al femminile, calibrata sul modello “ragazza morta / detective donna che indaga identificandosi con la vittima”. La miniserie della Campion è il risultato dello stravolgimento di questo modello, con la ragazza che non è morta ma solo scappata (e nessuno la cerca davvero) e la detective sfacciatamente rivolta a risolvere i propri problemi personali. In questo senso la determinazione cieca della Sarah Linden di The Killing, il più recente dei precedenti, non potrebbe essere più distante.

Ecco il punto: se spogli la trama di contenuto il discorso si fa etereo, gli schemi crollano e la narrazione assume un’imprevedibilità che ha le caratteristiche del meraviglioso, dell’onirico e perfino del sacro. David Lynch lo insegna da una vita (non è un caso che siano tante le somiglianze con Twin Peaks), Jim Jarmush l’ha dimostrato con il semplice suono della chitarra di Neil Young in Dead Man: la paura contemporanea è una questione di straniamento, di sottili dissonanze emotive. Per questo in Top Of The Lake compaiono roulotte piene di ossa di animali, uomini che vivono nei boschi, donne sciamane, amanti tatuati. Naturalmente si tratta di lussi che ti puoi permettere solo se sei molto indie o se ti chiami Jane Campion. Come diceva di nuovo Lynch, guarda caso: “il film è mio e ci metto tutti i conigli che voglio”.

Eppure se ci fermassimo a questo punto, in una zona non del tutto conscia dell’immaginario di una regista talentuosa e altalenante (la Nuova Zelanda, la nebbia sul lago, i corpi nudi nelle foreste) non ne coglieremmo l’altra faccia della medaglia, che è una negazione del mito appena edificato: un lambire i confini della boutade che renderebbe l’atmosfera sospesa semplicemente assurda. Ci sono scene di sesso improbabili, uomini che si frustano, dialoghi al limite del trash. Come dire: non c’è mitologia senza il contraltare di una realtà fatta di carne e sangue, talvolta ridicola; il lato in ombra della bellezza eterea è un’ironia sottilmente triviale. Niente è come sembra non solo a un livello narrativo (questa non è una detective-story) ma nemmeno a livello simbolico. Il grado di complessità è elevatissimo e anche da questo, in fondo, deriva il tasso altrettanto alto di piacere estetico: dalla consapevolezza che si tratta di un gioco pericoloso, di quelli che durano il tempo di qualche puntata e poi per loro natura evaporano.

 

Pubblicato sul mucchio di maggio 2013 (706)

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