È Touch me not di Adina Pintilie ad aggiudicarsi, a sorpresa, l’Orso d’oro per la 68° edizione della Berlinale.

Una coraggiosa esplorazione della corporeità e della sua espressione sessuale quella della regista rumena che, pure, non convince fino in fondo. Il film costruisce il proprio percorso nel fluido spazio tra i registri narrativi del documentario e della fiction, tanto da rendere impossibile dire se a raccontare la propria esperienza sullo schermo sia un volto o una maschera. Accanto ad attori professionisti come Laura Benson e Tómas Lemarquis, infatti, un’eterogenea serie di personaggi offre allo spettatore la realtà dei propri corpi, difformi e unici, lontani dallo stereotipo della fisicità imperante nell’immaginario collettivo. Le loro testimonianze rappresentano la parte più interessante di un film che avrebbe forse potuto riscontrare esiti migliori ancorandosi senza incertezze al genere documentario.

Difficile immaginare una consistenza per Touch me not senza gli apporti di Christian Bayerlein e Hannah Hofmann, un giovane uomo affetto da una grave disabilità e una transgender con una spiccata predilezione per Brahms. I loro corpi sono subiti, costruiti, vissuti con libertà e humour, eppure proprio di fronte all’esibizione della loro intimità si ha la percezione che sia stato abbattuto un confine di troppo e che proprio la sovraesposizione di corpi e genitali abbia ancorato la perlustrazione alla superficie, senza possibilità di perforare ulteriori livelli di empatia. E non basta ad allontanare la deriva voyeurista la discesa in campo della stessa Pintilie, che diventa parte della scena a dimostrare che anche dietro la macchina da presa ci si mette a nudo e non c’è un occhio esterno che si compiace della fisicità esposta sullo schermo.

Di compiacimento ve n’è ben poco, molte scene disturbano per la loro inutilità ai fini dell’indagine che abbiamo accettato di seguire e in cui del resto si è ben poco coinvolti: quale sia l’offesa che ha portato la protagonista a chiudersi sul proprio dolore, tanto da rifiutare qualsiasi contatto fisico con il mondo, infatti, non è dato sapere, anche se la vista del corpo di un padre o marito troppo malato per sostenere e accogliere ancora la sua vitalità potrebbe avere molto a che fare con il blocco che le varie figure cercano di farle superare. Rimane, al termine dei 124 minuti di proiezione, l’impressione di aver visitato territori già noti e non essere arrivati più vicini ad una comprensione della sessualità di quanto lo fossimo all’inizio del viaggio.

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