“Puoi chiamarmi Bobby, puoi chiamarmi Zimmy /Puoi chiamarmi in ogni modo ma non importa quello che tu dirai/Devi servire qualcuno, sì, è così, devi servire qualcuno/Sia esso il Diavolo o il Signore, ma qualcuno lo devi servire.”, canta Bob Dylan nel brano più noto di Slow Train Coming, ovvero l’album che apre il periodo da “cristiano rinato” del menestrello di Duluth. E’ il 1979 quando Dylan decide di mettere il proprio talento al servizio della fede, dando vita a uno dei momenti più controversi della sua carriera: ed è così che un inatteso tratto della sua inafferrabile personalità, come ben rappresentato in Io non sono qui di Todd Haynes, per la prima volta si presenta al pubblico dell’epoca, che rimane sconvolto non meno di quanto accaduto in precedenza con la celebre svolta elettrica. “Are you ready, are you ready?”, difatti chiede più volte Dylan nel brano d’apertura di Trouble No More, e l’immaginaria risposta degli spettatori non lascia dubbi: “No, non siamo pronti, vogliamo i brani vecchi.”

Nel periodo ’79-’81 Dylan porta in tour la musica di Slow Train Coming, Saved e Shot of Love, album influenzati dalla Bibbia e dai consigli evangelici, privilegiando location di piccole dimensioni e optando per scalette composte unicamente dal materiale nuovo; scelte che ovviamente fanno infuriare i fan, già storditi dalla musica gospel di quegli album bistrattati dalla critica. Ma il documentario di Jennifer Lebeau parte proprio dal sound di quel tour, dall’incredibile vitalità e forza delle composizioni suonate da Dylan in stato di grazia, accompagnato da cinque coriste e dalla sua eccezionale band composta da Spooner Oldham alle tastiere, Fred Tackett dei Little Feat alla chitarra, Tim Drummond al basso e Jim Keltner alla batteria. Si tratta di brani dal livello qualitativo discontinuo ma che si sublimano nella dimensione live, come sarà evidente a tutti grazie alle registrazioni contenute nell’imminente 13° volume delle Bootleg Series di cui Trouble No More è un prezioso tassello.

Più che un rockumentary o un film concerto, Trouble No More è un’opera, destinata prevalentemente ai fan del cantautore, dalla natura inclassificabile; composto da filmati di registrazioni in studio ed estratti da concerti del 1980 ritenuti scomparsi e poi ritrovati, il lavoro della Lebeau cerca d’estendere il pensiero di Dylan inframezzando le canzoni all’interpretazione di alcuni sermoni, scritti da Luc Sante nello stile delle prediche degli anni ’20 e ’30, da parte dell’attore Michael Shannon nelle vesti di un pastore. Nel tentativo di creare una vera e propria narrazione, le canzoni non sono proposte seguendo l’ordine originale delle scalette dei concerti, ma sono organizzate in un nuovo ordine che dialoga con i sermoni. Il risultato è a tratti straniante, spesso didascalico, talvolta seducente per come versi e suoni creati da Dylan si mescolano alle riflessioni revivalistiche declamate, con intensità ma non senza ironia, dall’attore candidato all’Oscar.

Ma se dal punto di vista strettamente cinematografico un’operazione del genere non convince del tutto, invece sul piano musicale è impossibile non rimanere stregati dall’esecuzione da brividi di un gioiello come Pressing On, ammirati dall’assolo di armonica che Dylan regala nella coda di What can I do for you? mentre gronda sudore e sorrisi come raramente è accaduto di poter vedere. Non possiamo sapere se la riscoperta delle radici nere dell’America su cui poggia il sound di questi concerti è riuscita a redimere lo spirito tormentato di Dylan, quel che certo è la sua musica è stato in grado di avvicinarci alla nostra anima. E farla ballare.

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