È il 1943. Sulle colline delle Langhe le brigate dei partigiani combattono i fascisti. Gli scontri sono sanguinosi e violenti. Le vite umane diventano merce di scambio. Tra i giovani della resistenza, Milton si distingue per il suo carattere schivo e per la sua cultura. Vive nel ricordo del passato, quando le giornate si trascorrevano in villa con l’amata Fulvia e l’amico Giorgio. Quello è il tempo che tiene in vita Milton, un istante sospeso al quale appartengono due sentimenti potenti: l’amore per Fulvia, forse contraccambiato, e l’amicizia per Giorgio, ora anche lui partigiano. Nel presente c’è la guerra, la lotta per la vita. Tuttavia, tra la fitta nebbia, Milton intravede un appiglio per tornare a rivivere, anche solo per un attimo, quella perduta felicità. Va a cercarla in quella stessa villa, fonte di speranze mai sopite, ma invece di trovare sollievo Milton incontra il dubbio: forse Fulvia ha amato Giorgio. Forse era tutto un sogno. Forse tutto è perduto.

I fratelli Taviani, dopo Cesare deve morire e Meraviglioso Boccaccio, con Una questione privata continuano a sperimentare una scrittura e una messa in scena che mescolano teatro e cinema. Lasciando sullo sfondo una guerra che disumanizza le persone, da qualunque parte si trovino a combattere, i registi si concentrano sul dramma di Milton, un giovane di grande sensibilità e cultura che ha dovuto sostituire la penna con il fucile. I suoi pensieri e tutti i suoi sentimenti sono rivolti a Fulvia, la donna che ama e che ha dovuto vedere andar via. È per lui un’ancora di salvezza: la bussola che gli impedisce di smarrirsi nell’incomprensibilità della guerra, un faro di luce che riesce a fendere la fitta nebbia che oscura i luoghi e la mente del giovane combattente.

Ma questo potenziale introspettivo, che potrebbe sondare una grande umanità, nella scrittura dei Taviani non riesce a realizzarsi. Nel triangolo d’amore e amicizia che Fenoglio aveva così ben delineato, i personaggi di Fulvia e Giorgio sono appena accennati. Ricostruire il dramma di Milton, afflitto da un dubbio che lo porta a rasentare la follia, diventa quindi un compito arduo, estremo per chi non conosce l’omonimo romanzo. Le suggestioni stilistiche, anche visive, rimandano a un cinema d’altri tempi, lontano dalla poetica contemporanea, ma questo non sarebbe un male se la realizzazione risultasse più realistica e fluida.

La distinzione tra la dimensione del ricordo e l’attualità, ad esempio, è netta e agevolata da stilemi classici – un insistito contrasto tra colori caldi e freddi – ma non coinvolge, impedendo alla liricità del testo di emergere in tutta la sua potenza espressiva. I personaggi si mescolano indistintamente perdendo la loro identità, ma non per una sorta di metaforico livellamento: si percepisce una certa confusione di fondo, una sorta di frustrazione che somiglia al muoversi a tentoni nella foschia, elemento sul quale si insiste, troppo, e con esiti talvolta del tutto inverosimili. Quello dei Taviani è un cinema che lavora sulle certezze (registiche), ma mai come in questo caso sarebbe stato meglio abbandonarle per lasciare alla storia il tempo e lo spazio di raccontarsi. Probabilmente ottenendo un risultato migliore.

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