Ci sono film che ti fanno uscire dalla sala con il viso bagnato dalle lacrime, altri ti fanno vedere il mondo con occhi differenti, poi ci sono quelli che ti rovinano la giornata. Ma sono pochi i film che ti fanno stare bene. È veramente raro imbattersi in uno di quei feelgood movies per cui vorresti abbracciare tutte le persone che sono in sala con te. Eppure We Are The Best è uno di questi. La trascinante storia di queste tre ragazzine ribelli che decidono di fondare una band punk, nella Stoccolma anni 80,  è di quelle che non lascia scampo. Gioia, tenerezza, sprazzi di dolce malinconia e tante risate si fondono insieme per dare corpo a una pellicola dalla vitalità inarrestabile. Adattando un memoir/graphic novel della moglie, lo svedese Lucas Moodysson abbandona la forma sperimentale degli ultimi lavori per tornare alle origini; nuovamente una storia di formazione al femminile come in Fucking Amal e Lilya 4-Ever, ma filtrata da un’ironia esplosiva che distingue quest’opera dal realismo melodrammatico per cui è noto il regista.

Grazie a tre straordinarie interpreti, le vicende di Bobo, Klara e Hedvig ci travolgono, calde come i cuori dei personaggi e dirette come la musica che suonano. Bobo è una sognatrice, vive con la madre, una romantica donna di mezz’età che continuamente sbaglia uomo; Klara, dalla cresta Mohawk, è una dei tanti figli di una strana famiglia (sembra provenire da quel Together che rese noto Moodysson) e Hedvig, figlia di una famiglia cristiana molto religiosa, è la talentuosa chitarrista classica fatta entrare nella band perché almeno un membro che sappia suonare sembra necessario. Con il loro rutilante incedere di pettinature improbabili, odio per lo sport, note stonate e segreti di gruppo, le vite di queste bad girls tredicenni sono uno scaracchio punk in faccia al pubblico.

Ogni adolescenza coincide con la guerra/Che sia falsa, che sia vera“, cantava qualcuno. E quel qualcuno la sapeva lunga. In gioventù crediamo che i nostri problemi siano sempre unici e insormontabili, poi, improvvisamente, scopriamo che non è così: quei problemi sono comuni a molti. Più di quanti si possa immaginare. E proprio allora arriva il tepore di quel bizzarro sentimento di conforto e delusione. La nostra speciale unicità è perduta, ma non siamo più soli. Esistono altri come noi che non riescono più a tollerare le liti, le ipocrisie e frustrazioni che la maturità, osservata da lontano, sembra portare con sé. Questo è il momento della loro guerra. Una lotta senza quartiere per non arrendersi al conformismo. Scuola, famiglia, chiesa. Tutti luoghi dove è necessario armarsi per tenere salde le redini della propria individualità. E quale arma migliore se non la musica? Un caldo covo dove saldare un’amicizia che dia forma alla ribellione giovanile. Un luogo di conforto e leggi speciali, dove un ascolto sbagliato ti rende un traditore (“Ha tradito il punk, ora ascolta i Joy Division”) e una chitarra può salvarti la vita.

Una storia che conosciamo bene, che risuona nel cuore di molti, perché questa è la storia di ogni teenager. La storia degli imbarazzi mortificanti, dell’odio verso tutti, della classica frase “Non ho chiesto io di nascere!”, del bisogno di urlare il proprio dolore in faccia al mondo. Il regista abilmente però gioca a spiazzare lo spettatore, anticipando l’angst giovanile di qualche anno. L’età dell’innocenza di queste ragazzine così è contaminata dall’angoscia delle decisioni cruciali da prendere per dar forma all’idea dell’adulto che diverranno, ma è ancora salva dalle tempeste ormonali che condizioneranno le loro future relazioni (l’interesse per l’altro sesso, difatti, qui non riesce ancora a minare del tutto un’amicizia). Niente di nuovo, d’altronde esistono miriadi di coming of age movies, ma pochi come questo suonano così sinceri, gioiosi, leggeri e anarchici, come il dolcissimo e potentissimo finale testimonia. È il momento di ribellarsi, sembrano dirci quei fischi diretti a Bobo, Klara e Hedvig. È il momento del punk!

 

 

 

 

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