Montana, anni ’60. Una giovane famiglia americana come tante si è da poco trasferita in una nuova città. Il padre lavora in un circolo di golf, la madre – ex supplente – fa la casalinga, il figlio va a scuola con buon profitto negli studi e scarsi risultati nello sport. Quando l’uomo improvvisamente perde il lavoro, qualcosa si rompe anche nell’equilibrio familiare. Non sapendo come reagire alla notizia, si offre volontario per domare un terribile incendio sulle montagne, intanto la moglie inizia una relazione con un ricco imprenditore locale e il ragazzo, in attesa del ritorno del padre, osserva il rapido scemare del fuoco degli affetti.
Presentato come film di apertura della Semaine de la Critique, Wildlife rappresenta l’esordio alla regia dell’attore Paul Dano, che ha adattato il romanzo omonimo di Richard Ford con l’aiuto della compagna Zoe Kazan, attrice e sceneggiatrice. Se le ingenuità tipiche di ogni opera prima son ben evidenti (alcune sottolineature didascaliche, la ricerca di inquadrature inusuali inserite nel contesto di uno stile classico), quello che colpisce è la grande sicurezza con cui Dano costruisce le psicologie dei personaggi, trasformando una storia già raccontata mille volte – i modelli piú vicini sembrano Revolutionary Road e Gente comune – in una vicenda che tocca lo spettatore quasi senza farsene accorgere, lasciandolo a fine visione con una profonda sensazione di malinconia. Si sa bene cosa aspettarsi da un intreccio simile, eppure – sarà perché certe ferite non rimarginano mai – la sensazione di pietà, tristezza ed empatia verso i protagonisti, persi nel marasma di una vita di cui hanno perso le coordinate, risuona nella nostra sensibilità come nuova.
Ponendosi accanto al punto di vista del ragazzo (un ruolo che lo stesso Dano avrebbe potuto interpretare da giovane), il regista ci invita a osservare questa deflagrazione del nucleo familiare prima dal buco della serratura, spiando quello che accade altrove, e poi ci lascia con il cerino in mano al centro del vortice, nel tentativo infruttuoso di tenere insieme i pezzi. Ma i ruoli ormai sono saltati, le paure hanno preso il sopravvento: l’uomo cerca di sentirsi vivo sfidando la morte, la donna – in attesa di un “piano migliore” – insegue l’autodistruzione per sopravvivere e il ragazzo sta lí e osserva, senza odiare nessuno se non forse se stesso per la sua incapacità a rimediare a quanto gli accade intorno. E sono molto bravi gli attori nel rendere questa progressiva sensazione di smarrimento, che sfocia in momenti tragicomici in cui imbarazzo e coraggio sembrano essere la stessa cosa, come dimostra la splendida sequenza dell’invito a cena dove Carey Mulligan regala il momento più tragicamente sincero nella miglior interpretazione della sua carriera.
Senza nostalgia per un’America lontana, nonostante lo splendore fotografico e delle ambientazioni, Wildlife non ha timore di farci sentire il calore delle fiamme mentre osserviamo questo piccolo mondo hopperiano andare in fumo. Le case cambiano, i lavori vanno e vengono, le famiglie si disgregano ma certi sentimenti non scompaiono mai, dalle loro ceneri nasce semplicemente qualcosa di diverso. E se la mente vuole correre ai bei tempi andati, basta guardare una vecchia fotografia. Perché, lo testimonia l’amaro ma struggente finale, la pellicola conserva solo i momenti in cui indichiamo all’esistenza quello che vorremmo essere, ciò che vorremo ricordare.

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