Questo è un racconto che richiede pazienza e lentezza. Lo scrive Julianne Moore al piccolo protagonista di Wonderstruck ed è una raccomandazione che vale anche per lo spettatore del nuovo film di Todd Haynes, per godersi un ritmo e un passo poco in linea con la contemporaneità ma molto con il senso della scoperta che è il cuore dell’opera.

Haynes racconta due storie parallele, destinate ovviamente a unirsi, legate dal fatto che i piccoli protagonisti sono sordi: lui negli anni ’70 che dopo un fulmine perde l’udito e decide di ritrovare il padre dopo la morte della madre; lei negli anni ’20 che invece vuole allontanarsi dalla madre, un’attrice famosissima che si vergogna della figlia. Il legame è nascosto nella stanza delle meraviglie di un museo: e “La stanza delle meraviglie” è il titolo del romanzo disegnato di Brian Selznick (quello di Hugo Cabret per intendersi), anche autore della sceneggiatura di un dramma radicale e caloroso al tempo stesso.

Il regista sceglie infatti modalità di racconto non usuali e nemmeno facili per un pubblico ampio come quello che farebbe pensare il tema e l’ispirazione letteraria: due film in uno che per larghi tratti sono veri e propri film muti (quello nel passato esplicitamente tale) per accompagnare l’impossibilità di sentire dei personaggi, il cui filo conduttore e la presa narrativa sono affidati quasi completamente alla magnifica partitura di Carter Burwell e alle scelte musicali (da Bowie alla versione funk di Così parlò Zaratustra: da Space Oddity a Space Odissey) che permettono allo spettatore di focalizzarsi sul potere dell’immagine e della rappresentazione.

Certo non è facile farlo: l’andamento è calmo – anche troppo forse -, Haynes tratta le sequenze e gli snodi narrativi esattamente come una guida che al museo deve far scoprire le meraviglie agli spettatori, con calore quasi paterno e si prende tempi larghi senza problemi. Ma a stare al gioco si viene ripagati con un bellissimo finale animato e a misura di modellino che è una summa di emozione, arte narrativa, uso di luci e colori (sempre magnifico il lavoro di Ed Lachmann). E di scoperta: sarà nostalgico e museale, ma il sense of wonder del cinema americano può passare anche da questo meraviglioso sentore di polvere e bellezza analogica.

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