Il cinema di Lynne Ramsay è un cinema psico-patologico, in cui il delirio dei personaggi si rispecchia nello stile: dopo E ora parliamo di Kevin, anche You Were Never Really Here segue e si conforma alle turbe del suo protagonista ma stavolta abbracciando il thriller e il cipiglio deviato di Joaquin Phoenix.

Il quale interpreta un reduce di guerra che si impegna a salvare le bambine coinvolte in un giro di pedofili d’alto bordo: lo fa con metodi violenti, uccidendo gli aguzzini, ma il coinvolgimento di un governatore lo metterà in crisi. Ramsey e Jonathan Ames scrivono un film violento che sembra una versione contemporanea di Taxi Driver con cui rileggere i cardini di un genere ma anche proseguire un viaggio dentro la deviazione.

Ribaltandola in questo caso di segno, ossia raccontando come la follia e la disgregazione di una personalità possa agire anche nei cardini del bene, mostrando la lotta del protagonista per catalizzare la propria rabbia verso una causa (Phoenix in un nuovo calvario recitativo): ma più che il viaggio all’inferno metropolitano, a Ramsey interessa costruire le immagini, il rapporto tra di loro e la relazione con la musica dissonante e rumoristica di Jonny Greenwood per dare consistenza visiva alla deflagrazione percettiva ed esistenziale di un uomo.

E in questo, You Were Never Really Here è un’opera interessante, affascinante, ricca di estro e inventiva: poi, costretta in qualche modo a fare i conti con le dinamiche del genere (e con la produzione Amazon), si perde e si compiace, eccede in digressioni visive ed estetiche per non perdere contatto con il proprio interesse artistico. Ma nonostante questo resta un’opera che dimostra un tocco intrigante e un talento vero, capace di giocare con la percezione dello spettatore e con un’emotività sopra le righe in modo inventivo.

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