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Mario Vattani

Doromizu. Acqua Torbida

Mondadori / pp. 363 / € 20
7

Nell’acqua torbida galleggia e vive di tutto.

Uomini e donne senza dignità, rapporti malati, violenze psicologiche e fisiche; avventurieri, clan, sottomessi e prevaricatori.

Nell’acqua torbida quello che ti sembra di cogliere è soltanto un movimento indistinto di figure mostruose che si camuffano da esseri normali, comuni ma che nel momento in cui fanno capolino mostrano fattezza grottesche, deformate da una vita al confine tra la luce e la tenebra.

Quel lento sciabordare di ombre sul pelo dell’acqua scura, fangosa in cui tutto può accadere, in cui nulla è scontato, qui in questa minestra primordiale in cui è facile che qualcosa diventi altro senza dover dare spiegazione alcuna di questa sua mutazione nel bene o nel male.

Da queste premesse legate al titolo si potrebbe pensare che Doromizu sia un libro fangoso, che porta il lettore in uno stratificato percorso decadente, dove elevazione e perdizione si contendono l’anima di qualcuno… potrebbe essere, ma non è così, perché Mario Vattani scrive un romanzo sull’incredibile forza dell’assenza, del KU, della ricerca e comprensione del vuoto. Ma Doromizu, vuol dire anche altro e per capire cosa si deve compiere il primo passo verso lo specchio.

Da subito ci troviamo catapultati in Giappone, nella nazione moderna e controversa che in molti dicono di conoscere – solo per esserci stati da turisti – senza capirne la profonda anima di società stratificata, costituita da passato e presente, da tradizione e apertura all’Occidente.

Tokyo, nel nostro caso, diventa quindi una moltitudine viva, brulicante di contraddizioni e sapere diversi, di ritualità parossistiche e idealizzazioni devianti. Si trasforma in un essere senziente che divora per far rivivere nelle sue viscere le incerte esistenze umane.

Tra queste, quella del protagonista Alex Merisi, che nella “capitale orientale” vive da due anni con un visto studentesco, come meglio può, parlando la lingua, lasciandosi fondere con la cultura così chiusa e al tempo così aperta nei confronti degli stranieri… Ah, questi Gaijin che per quanto amati risultano sempre “dei gran rompiscatole” che “vogliono fare sempre come gli pare. Non gli va bene niente, non capiscono, bisogna spiegargli sempre tutto. E quando bisogna spiegare tutto, non è più così divertente”, ma per fortuna ci sono quelli come Alex che riescono a “comprendere” quella scheggia impazzita e adamantina che si chiama “cultura giapponese”, fino a farsi tatuare dal sensei Horitoshi con il metodo tradizionale, il tebori, entrando nella family che circonda il maestro tatuatore, tutto il ristretto e solido cerchio di persone che vivono sapendo “quanto poco conta il mondo degli uomini, e quanto sono invece preziosi l’onore, il coraggio e la lealtà”.

Alex durante una serata con un ricco inglese – amico di un suo conoscente – tra locali e ragazze, trova la svolta alla sua permanenza di stenti in questa terra lontana e così epidermicamente vicina. L’uomo muore d’infarto e il giovane italiano con il suo amico vanno nell’appartamento del morto scoprendo un quantitativo enorme di denaro, talmente tanto da potergli permettere un’altra vita, un’altra gestione di questa.

I due dividono una parte della cifra trovata, lasciando il rimanente e ripartono per le rispettive direzioni.

Da qui si potrebbe pensare a inseguimenti da parte della polizia che sta indagando sul caso, di tradimenti e imboscate da un partner in crime troppo avido e invece comincia il romanzo, l’apparato narrativo fatto di puro senso ritmico, di poesia haiku (essenziale, pulita, nitida) appoggiata alla scrittura occidentale. Qui si entra nel concetto di vuoto da riempire, che si colma e si svuota inesorabilmente in un gioco di attese e smentite, epifanie e sconcerti abbattute su Alex che riesce a trovare lavoro, grazie al senseiHoritoshi, come assistente alla regia, ma nel mondo del Doromizu, ovvero nell’acqua torbida (questo è il significato “nascosto”) del cinema per adulti, quello orientale, concettuale e forse nel suo essere così cerebrale, più intricato e svilente per il rapporto maschio-femmina.

Nel momento in cui tutto sembra andare per il verso giusto, alcune pellicole diventano più strane, più contorte e si scontrano con le emozioni che il ragazzo prova con tre ragazze, diverse tra di loro, rappresentanti di altrettante sfaccettature delle lamine di questo sensu che si apre e chiude davanti al volto affettivo del nostro. Nel frattempo spunta fuori una sorella del deceduto, dall’Inghilterra, che vuole i soldi indietro, soldi sporchi, che dovevano essere dati a terzi…

L’uomo è quindi alle prese con la coscienza della possibilità di una pienezza che non sente mai completa, che inconsciamente percepisce come fuggevole; l’essere braccato da sé e da altri e da un visto che sta per scadere, dall’essere prossimi a diventare un clandestino (status che non viene preso alla leggera nel Sol Levante), prossimo alla fine del drago sul suo corpo… inseguito dal vuoto. E non si può che restare affascinati dalla semplicità di una storia che racchiude una grande forza immaginifica, evocativa, metaforica, fino al suo epilogo che ho trovato mozzafiato per le reazioni che può suscitare nel lettore, perché in tutta la sua vicenda Alex si troverà davanti a una frase, che forse è il nocciolo di tutto, ME GA DERU, un gioco di parole che significa “appaiono, escono gli occhi” ma al tempo anche “avere fortuna” e “spuntano i boccioli, appaiono le gemme da una pianta”. Una frase che rappresenta la crescita, l’evoluzione e la presa di coscienza sotto molti aspetti, che è la lezione che il protagonista imparerà letteralmente sulla sua pelle. La vera e propria immersione nella completezza del vuoto.

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