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Jean-Paul Belmondo

Mille vite, la mia

Donzelli / pp. pp. 240 / € euro 26
7

Tutti pronti a ricordare Godard, De Sica o Melville per elogiare la strabiliante e lunghissima carriera dell’attore scavezzacollo Jean-Paul Belmondo. Invece noi ripigliamo il buon Philippe de Broca e una battuta, recitata da Belmondo in abiti da soldatino nei primi minuti di L’uomo di Rio (1964), che dice: “Comunque, cerchiamo di divertirci. Lascia fare a me!”. La meno cinefila delle battute da citare, se paragonata al labbro sfiorato in Fino all’ultimo respiro (1960) o alla potenza sacrale della tonaca in Léon Morin, prete (1962). Eppure stiamo parlando dello stesso uomo. Stiamo parlando precisamente dell’attore che il cinema l’ha vissuto come un’incredibile avventura, con una giustificata dose di escamotage gaglioffi dentro e fuori la scena. Spesso sul filo del rasoio e del pericolo.

Nell’anno del culmine per un attore, il Leone d’oro alla carriera ricevuto nel 2016 a Venezia, anche Jean-Paul Belmondo s’è concesso il suo personale angolo dei ricordi, un’autobiografia scritta con l’aiuto del figlio Paul e intitolata Mille vite, la mia (in originale il titolo è anche più struggente: Mille vies valent mieux qu’une). Come tutte le autobiografie d’ordinanza, la famiglia finisce al primo posto, è l’incipit ed è il commiato dai lettori. Sono pagine cariche di devozione: per la madre, donna forte contro il mondo, per il padre scultore indulgente sulle scelte del figlio. E d’ordinanza appare anche quel pizzico di spavalda vanità che lo pone sempre e comunque al centro dell’attenzione, fin da ragazzino. Ma poi per il “buffone nato” s’avvicina il momento delle scelte importanti della vita e la recitazione diventa un orizzonte professionale da conquistare a ogni costo, pur con tutta l’idiosincrasia custodita nel suo ribelle io per le istituzioni, i parrucconi del Conservatorio che non gli riconoscono alcun talento e verso i quali non risparmia gli aggettivi. Infine arriva il cinema. E i nomi dei grandi registi, le prime prove d’attore, i grandi successi al botteghino, la fama e la notorietà. Belmondo tuttavia è spiazzante: alla delizia cinefila con la quale si approda al capitolo su Godard, risponde con la solita genuina sincerità. Godard è un genio, d’accordo, ma che tipo ombroso e silenzioso! Tra l’altro sempre innamorato di qualche attrice. Ce ne sono in abbondanza di pagine così in Mille vite, la mia. Si assaporano meglio grazie alla folta schiera di maestri, amici e compagni di ribalta: Jean Rochefort, Jean-Pierre Marielle, Gérard Oury, Brasseur padre e figlio, perfino il finto rivale Alain Delon. Un ritratto in realtà orgogliosamente al singolare di un attore unico (verrebbe da scrivere, citando un film di Godard, Belmondo è Belmondo), dietro la cui maschera si cela un uomo colto, innamorato dell’arte e della vita, e al quale non puoi insegnare nulla perché – in una maniera o nell’altra – arriva sempre prima di te.

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