calciatoridisinistra
Quique Peinado

Calciatori di sinistra

Isbn / pp. 256 / € 21
8

C’è una frase a pagina 103 di Calciatori di sinistra (Isbn edizioni) che dovrebbe essere assunta come articolo numero 1 di un ipotetico manifesto del calciatore ideologicamente emancipato del XXI secolo. È una citazione di Angel Bacca, giocatore argentino e militante di sinistra che durante la dittatura militare di Videla fu costretto a fare armi e bagagli per trasferirsi in Spagna. Recita così: “[i calciatori] sono in trappola. Li fanno vivere nell’illusione dell’ascesa sociale, mentre la realtà è diversa. Li tirano via dalla loro classe d’appartenenza e li lasciano allo sbaraglio, li allontanano volutamente dal mondo. Non è che si dimentichino da dove vengono, ma si alienano. Prendano le abitudini, il modo di parlare, i ristoranti, i profumi, i vestiti dell’oppressore […] e rimangono disorientati, persi, perché in realtà non vengono mai ammessi a questa élite alla quale illusoriamente credono di appartenere”. Una frase che sa di chiamata alla lotta di classe e che nel 2014 potrebbe suonare anacronistica. Niente di più sbagliato pensarlo. Calciatori di sinistra del giornalista spagnolo Quique Peinado muove proprio da questo concetto: risvegliare il lato ideologico della categoria dei calciatori. Lo fa attraversando quasi un secolo di storia e raccontando leggende e aneddoti di personaggi, chi più chi meno, dichiaratamente di sinistra. La narrazione è neutrale, assolutamente non partigiana. Peinado bacchetta quando c’è da farlo (narrando l’indifferenza dei protagonisti del Mundial 78 da alcuni paragonato ai Giochi Olimpici di Berlino del 1936 che Hitler utilizzò come veicolo mediatico del nazismo), per poi lasciarsi andare a racconti tragici (le storie di Claudio Tamburrini e Carlos Alberto Rivada, vittime della dittatura militare argentina), carichi di ribellione (i sessantottini calciatori francesi e la schiettezza del nostro Paolo Sollier), di orgoglio (la storia di Carlos Humberto Caszely, il “rosso” che in più di un’occasione si rifiutò di stringere la mano al tirannico Pinochet), di gesti rimasti impressi nella storia (quando durante l’ingresso in campo i capitani di Athletic Bilbao e Real Sociedad esposero la bandiera basca, l’Ikurriña, un gesto considerato terrorista) e di favole socialcalcistihce (quella dell’IFK Goteborg squadra di semiprofessionisti sull’orlo del fallimento economico che guidata da un giovane Sven-Goran Eriksonn, arrivò a vincere nel 1982 la Coppa Uefa demolendo il temuto Amburgo di Horst Hrubesch).
E poi arriva lui, l’intellettuale con i tacchetti. Il dottore di un metro e novantuno centimetri e trentasette di piedi. Il simbolo della rivoluzione della Democracia corinthiana, club trasformato in un una sorta di “partito politico” in cui a decidere erano i calciatori, i magazzinieri e tutti i membri dello staff attraverso assemblee giornaliere. Il leader della seleçao brasileira al mondiale spagnolo del 1982. Colui che fece del calcio un’arma politica e della lingua un’arma tagliente. Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira e il suo pugno chiuso che si alzava ad ogni gol. Quel pugno che anche Cristiano Lucarelli con indosso la maglia del suo Livorno ebbe modo di tirare su, orgogliosamente, ben 102 volte. Storie di uomini, prima che sportivi, che hanno costruito le proprie vite su ideali e che fuori e dentro al campo sono rimasti coerenti al proprio credo.

Calciatori di sinistra è quel genere di libro che ogni buon allenatore, ma prima di tutto uomo, dovrebbe far trovare sulle panche legnose degli spogliatoi della propria squadra perché oltre ad essere un testo di natura politica, è ancor prima storia e cultura sportiva, quella che nel nostro paese sembra ogni giorno di più mancare.
E poi chissà, magari potremmo tornare a vedere ricce folte chiome e lunghe barbe incolte correre dietro ad un pallone, a testa alta e a pugni stretti. Utopie da ventunesimo secolo.

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