(traduzione e postfazione di Mario Caramitti)

Quando si parla di letteratura russa vengono subito in mente nomi di mostri sacri come Gogol’, Dostoevskij, Tolstoj e Čechov. Autori che hanno rivoluzionato il concetto stesso di letteratura. Questi libri che arrivano da una nazione che in parte fa parte anche dell’Europa ma si estende quasi fino a toccare l’Alaska hanno sempre una notevole forza narrativa che riesce a essere attuale anche se sembra essere così lontana. Gli autori russi sanno raccontarci l’umanità come pochi altri sanno fare.

Anche Ljudmila Petrǔsevskaja, autrice nata a Mosca nel 1938, non è da meno negli oltre quindici libri scritti durante la sua vita da dissidente in patria. Nella raccolta di racconti intitolata “C’era una volta una donna che cercò di uccidere la figlia della vicina” l’autrice mette a nudo tutte le atroci realtà di una società complessa ed estremamente variegata come è quella russa, lo fa raccontando la povertà e il finto benessere, la gelosia e l’inettitudine dell’essere umano.

Storie che oscillano tra l’horror, il surreale e il grottesco e che a volte ricordano persino il maestro Poe e in tutti si respira un sano cinismo che sembra a volte essere la sola via di salvezza e soprattutto di sopravvivenza. Petrǔsevskaja non ha paura di addentrarsi nei terreni più impervi e paludosi della mente umana dove non è possibile immergere i suoi personaggi senza farli uscire sporchi, luridi ma tremendamente reali, reali come la fame e la malattia. Racconti molto brevi che sanno stordirti come un pugno preso di sorpresa si alternano ad altri più lunghi dove l’autrice tiene il lettore sul filo della tensione pronto a spingerlo nel momento più opportuno e farlo cadere dentro un sottotesto che fa capire molto di più di quello che dice.

La grandiosità dei racconti, suddivisi in quattro gruppi (Canti degli slavi orientali, Allegorie, Requiem e Fiabe), sta proprio in tutto ciò che non viene detto ma che l’autrice riesce a far emergere, si parla di politica, di degrado, di mancanza di umanità, di paura, di fallimento, di povertà senza parlarne mai in maniera esplicita e forse per questa ragione che fa tutto ancora più male. L’unica speranza sembra essere l’ironia e una piccola dose di umanità che l’autrice semina qua e là nella speranza che prima o poi possa crescere e coprire tutto quello schifo.

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