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Leonard Gardner

Città Amara

Fazi / pp. 204 / € 17,50
9

Quando si parla di boxe, l’immaginario collettivo tratteggia una serie di personaggi  più o meno grandiosi che, però, hanno sempre un immancabile lato tragico. Pensando ai vari Mike Tyson, Muhammad Ali, Jake LaMotta, Sonny Liston, sappiamo che le loro vite sono un saliscendi di emozioni pregne di violenza e decadimento fisico e morale. Perché la boxe è uno sport crudele e doloroso, anche quando si vince e a volte la sconfitta coincide con la morte. Anche se il cinema ha creato un pugile che incarna appieno il sogno americano, quel Rocky Balboa che riesce a diventare un eroe partendo dal basso, capace persino di diventare campione del mondo.

Leonard Gardner in Città Amara sbriciola questo sogno immergendoci nella realtà proletaria in cui Rocky non sarebbe riuscito a sopravvivere per più di un’intera settimana. I protagonisti sono due pugili semiprofessionisti: Ernie Munger, giovane e con ancora una labile fiammella di speranza di migliorare la sua condizione che si spegnerà quando si trova quasi costretto a sposarsi e Billy Tully, disilluso quasi trentenne, sofferente  per via delle sconfitte nella vita e nella boxe, con un matrimonio alle spalle che pesa come un macigno. Entrambi sognano  la boxe possa farli  fuggire da una vita che li divora e che lentamente li fa sprofondare nell’oblio, ma come nelle sabbie mobili, più cercano di divincolarsi più affondano.

Due uomini che sopravvivono con lavori precari e mal pagati e si rifugiano in bar degradati per dimenticarsi per qualche istante della loro squallida vita. Due antieroi che si allenano su ring sporchi e sudici, con attrezzature grezze, allenatori che li buttano nella mischia, che curano le ferite con mezzi artigianali e cercando di trovare fortuna con i pugni. Poco importa se si vince o si perde, l’importante è rimanere vivi. Sono falliti, sono il rovescio della medaglia di quelli che ce l’hanno fatta, sono quelli che restano indietro e che giorno dopo giorno vedono allontanarsi le speranze di una vita migliore.

La città di Stockton, in California, diventa la scenografia perfetta dove si muovono questi personaggi . Un’America rurale e polverosa abitata da uomini di colore, messicani e bianchi, uniti nella povertà e lontana anni luce dalla ricchezza opulenta di cui siamo abituati a vedere. Dove per poter mangiare ci si deve spezzare la schiena raccogliendo cipolle o pomodori, come succederà a Billy Tully. In questo romanzo i pugni dati e ricevuti dai protagonisti sembrano colpirci direttamente sui fianchi spezzandoci il fiato, si riescono quasi a sentire gli odori di sudore, sangue e cuoio. Si è dentro il ring, si è dentro la vita. Leonard Gardner scrive un libro di culto, bilanciando perfettamente la narrazione, senza cadere in falsi moralismi e facili sentimentalismi . Scritto in terza persona con uno stile asciutto ma mai asettico, con dialoghi tanto reali da riuscire a sentirli per davvero e descrizioni estremamente accurate. Uscito per la prima volta nel 1969 ed è  unica opera di Leonard Gardner, giornalista e sceneggiatore. E poco importa se Ernie Munger e  Billy Tully riusciranno a vincere perché anche quando lo fanno, hanno già perso.

La traduzione è curata da Stefano Tummolini, che ha scritto anche un’interessante postfazione.

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