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Marco Magini

Come fossi solo

Giunti / pp. 222 / € 14
7.5

Sentite che incipit: Vorrei non dovermi ancora una volta svegliare in mia compagnia. Nella sua dipendenza fisiologica al titolo del romanzo di Marco Magini, Come fossi solo, è un attacco magnifico. La battuta d’apertura appartiene a Dirk. Il casco blu dell’Onu, la cui voce si alterna a quella di Dražen Erdemović, il soldato serbo-croato responsabile dell’uccisione di oltre 70 persone nell’eccidio di Srebrenica. L’unico del suo battaglione a farsi avanti per quel massacro, l’unico a confessare e beccarsi una risibile condanna a dieci anni (poi ridotta a cinque). In terza persona, c’è il giudice Romeo González il trait d’union filosofico chiamato a salmodiare una qualche sensatezza alla parola “giustizia”. Anche lui profeta con questo suo ingresso nel romanzo: Il fastidio è un vestito che non hai scelto, un vestito che non senti tuo. Perché, in fondo, nessuno ha davvero voglia di rivivere quella pagina di Storia.

La società attuale ci ha educato a far scattare il minimo sindacale di indignazione per le cose brutte che accadono nel mondo, anche quelle geograficamente troppo vicine a casa nostra, anestetizzando il fastidio, il tormento o il senso di colpa. Non insegna a domandarti civilmente perché è accaduto (di nuovo, dopo il “mai più” dell’Olocausto nazista), perché è stato fatto poco o nulla dalla comunità internazionale e chi ci bazzicava dietro. Oggi più che mai. Anche perché nel frattempo hanno inventato i twitter per farci sentire meglio, o “più partecipi”. Ecco quindi che il romanzo di Marco Magini più che ricordare, racconta. E al racconto non puoi negarti per sempre. Un racconto senza freni, libero e crudele. Banalmente, perché la storia del soldato Dražen è vera. Filtrata da efficacia narrativa che funziona meglio con i due soldati agli antipodi fra loro, ma unificati da un destino comune. Quasi a distanza ravvicinata. Uno redige suo malgrado liste, l’altro le resetta a colpi di fucile. Questa parte di Come fossi solo è senza dubbio la più feroce. La parte che cerchi di finire di leggere al più presto per liquidare il passato (per tornare a casa, direbbero nel romanzo). Solo a questo punto, però, il racconto di Magini si ribalta in epifania mnemonica. Qualcosa deve pur riaffiorare, anche nonostante i limiti anagrafici di età – come stupidamente imputato all’autore, nato nel 1985, troppo giovane per ricordare il dramma della guerra dei Balcani.

Qualcosa deve pur riaffiorare. La rabbia, tra le prime cose. Ma parliamo a titolo personale. E un pizzico di stupore. Di nuovo a titolo personale. Nel senso: finalmente un autore italiano che non si scrive addosso o stuzzica le parole circa la noia di vivere e tutti quei bla-bla-bla per arruffianarsi le vette dei libri più venduti. Un autore che non si erge a giudice, lasciando che gli eventi scorrano sotto gli occhi di tutti. Inesorabilmente.

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