Cover Libro
Piero Balzoni

Come uccidere le aragoste

Giulio Perrone / pp. 230 / € 13
7

Non conosce il vero significato degli oggetti e delle persone chi non ha mai perso qualcuno. Quella strada percorsa tutti i giorni per andare al lavoro, al massimo un po’ irritante per il traffico, si trasforma in una cupa spianata di asfalto dove se ne è andato un fratello. La donna che siede alla tua tavola, ti lava i vestiti e mette un piatto sotto il tuo naso diventa solo una madre invecchiata che non ha lottato abbastanza per l’ingiustizia di aver perso un figlio. La stanza coi mobili, i vestiti e qualche traccia di erba dimenticata come se la abitasse ancora qualcuno di vivo non è più una camera da letto, ma un concentrato di ricordi alla mercé di tutti e allo stesso tempo inaccessibile. Ti viene addirittura da chiamarla affettuosamente “la tana”.

Non c’è un solo modo di raccontare quello che c’è dopo il lutto, il tentativo un po’ feroce un po’ disperato di superare la perdita. Come uccidere le aragoste (Giulio Perrone Editore) sceglie il modo più naturale per un libro: il viaggio. È quello che fa Luca per andare incontro a Claudio, fratello “sfuggente e irresponsabile eppure desiderato da ogni madre e ogni figlia”. Come tutti i fratelli amato e insieme odiato, “era perfetto, quello stronzo”. Ritrovare chi gli ha tolto la vita è lo scopo di un viaggio apparentemente folle, forse inconsapevole. Perché la cosa veramente importante non è andare da qualche parte, ma avere qualcosa in cui star dentro e allontanare il senso di vuoto. “Una preoccupazione è sempre meglio di niente” ha scritto con perfetta sintesi Nicolas Bouvier in quel capolavoro dedicato al viaggio che è Il pesce-scorpione.

Altri elementi fondamentali del libro sono: la messa in scena asfissiante – Roma –, la causa scatenante da titoli del TG – il pirata protetto dal suo Suv come un’aragosta dal carapace –, la penosa reazione pubblica – il silenzio – e l’insoddisfazione cucita addosso a un’intera generazione di giovani. Tutto molto italiano e molto immedesimabile. Abbiamo toccato questi punti con l’autore, Piero Balzoni.

La Roma del libro sembra una giungla, un luogo spietato, amorale, per non dire pericoloso. Un ritratto che spesso viene fomentato anche dalla cronaca. È questa la tua percezione della città?

Se penso agli autori che anche di recente hanno scelto Roma come arena delle loro storie, soprattutto per lo schermo, mi riesce difficile immaginare che quella Roma lì esista davvero, da qualche parte. Sono nato, cresciuto e vissuto a Roma, e in tutti questi anni mi sembra che non sia mai cambiata. Neppure credo che sia una giungla, un luogo da “legge del più forte”. Semmai direi piuttosto un paradiso perduto tra menefreghismo ed esigenze personali. Questo non vuol dire che odii la mia città, tutt’altro. Mi pare piuttosto che ormai, a tanti secoli di distanza dalla sua fondazione, sia la città stessa a generare noi. E questo processo mi incuriosisce.

I pirati della strada come aragoste, i genitori di Luca come scoiattoli, l’asma di Luca come un animaletto rabbioso. Amo le metafore legate al mondo animale: penso al recente Nessuno scompare davvero di Catherine Lacey in cui la protagonista ha questo disagio interiore che chiama, per la sua furia, “bufalo”. Che significato assumono per te questi riferimenti?

Potrà sembrare strano ma non guardo agli animali come metafora degli esseri umani. Piuttosto, direi che l’uomo è un animale disadattato: sul perché di questo disagio, non ho però risposte da fornire. Tutto nel comportamento e nell’agire delle persone che mi capita di incontrare mi pare avvolto dal più grande mistero. Quel che invece vedo con chiarezza è l’incapacità di noi esseri superiori a cogliere e definire una volta per tutte il nostro rapporto con gli altri esseri viventi, che talvolta interpretiamo come battaglia tra dominanza e soggezione. Dopo una vita trascorsa a desumere informazioni sul regno animale da ogni sorta di documentario sull’argomento, mi pare invece sia piuttosto l’incomprensione a regolare i rapporti tra abitanti dello stesso pianeta. È ciò che mi interessa raccontare e che ho già provato a fare nel percorso che mi ha portato alla pubblicazione di Come uccidere le aragoste.

Luca ha iniziato a starmi simpatico quando, dovendo consegnare 24 articoli a una piccola testata con cui collabora nel giro di qualche ora, decide di prendere e andarsene al bar. Lui, come i suoi amici, sembrano adattarsi all’immagine di “universitari per sempre”, lavorativamente ed emotivamente precari. C’è un grido d’allarme in questa caratterizzazione?

Scrivendo non mi sono mai posto l’obiettivo di “denunciare” una realtà. Credo che non ci sia niente di più sbagliato che prefissarsi un obiettivo concreto quando si intraprende la realizzazione di un testo di narrativa. La nascita di una storia è un fatto del tutto privato, una sorta di analisi “sbagliata” di noi stessi. Ora, tutto questo ha davvero poco a che vedere con il pluralismo culturale di cui si sente spesso parlare per le operazioni di lancio di un libro. I “romanzi generazionali” sono legittime operazioni di mercato ma in quanto tali spettano agli editori, non agli autori.

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