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D. T. Max

Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi

Einaudi / pp. 512 / € 19.50
8

Avete mai provato ad abbracciare un pianeta? È quello che si prova leggendo la biografia di David Foster Wallace scritta da D.T. Max, collaboratore del “New Yorker”, del “New York Times Magazine” e sembrerebbe di ogni rivista riconducibile a NYC. Vediamo. Con Wallace, come sa chiunque abbia letto anche solo Una cosa divertente che non farò mai più, “ci troviamo alla presenza del complesso, del sovrapposto, del dilacerato”. Per semplificare la complessità, una via d’uscita è costituita dal ricorso ai luoghi comuni, genere peraltro attenzionato da Wallace: decisiva l’esperienza vissuta con gli Alcolisti anonimi e con i loro mantra, a prima vista scontati eppure di fatto così difficili da afferrare (soprattutto per una mente complessa, una sorta di metacervello incorporato). Ed ecco alcuni luoghi comuni su Wallace: “scrittore strabordante e irrequieto”, “cervello che vale la pena di frequentare” (firmato Zadie Smith). Infinite Jest “il romanzo di una generazione” ma anche “devi avere pazienza fino a pagina cento, poi inizia a filare”. Tutto vero, in parte.

Il genere “biografia” ha dei vantaggi indubbi. Possiede uno schema pressoché ineludibile: from the beginning to the end, dall’inizio alla fine (un procedimento del tutto assente nella produzione narrativa di Wallace: sia i racconti sia i romanzi hanno una struttura polverizzata, mancano di centro, procedono per accumulo). E così procede D.T. Max in Ogni storia d’amore. Dall’infanzia nell’Illinois al college ad Amherst, a Boston all’Arizona eccetera e infine in California. Con un tema ricorrente per tutto il libro: la sfida che il talento e l’intelligenza prodigiosa di Wallace hanno dovuto affrontare da un lato contro la Cosa Brutta, il male nero che lo ha accompagnato per tutta la vita, e dall’altro contro la sua stessa scrittura. Scriveva ovunque, Wallace, e scriveva tantissimo; ma spesso si incagliava. Infinite Jest è venuto fuori dopo dieci anni di idee, bozzetti, spunti, confluiti infine verso l’esplosione creativa dei primi anni Novanta. Ma quando si trattò di andare oltre quel possente romanzo-mondo che è Infinite Jest, per Wallace iniziarono i problemi, come dimostrano le lettere indirizzate a Jonathan Franzen e a Don DeLillo riportate nella biografia di Max; e come dimostrano soprattutto i racconti successivi al romanzone del 1996. Il dolore che aumenta. La missione di scrivere letteratura che non sia intrattenimento fine a se stesso; la stessa missione che il successo ottenuto Infinite Jest sembra aver ironicamente mancato e che produce le soluzioni iper-minimaliste di Brevi interviste con uomini schifosi e nel solipsismo catatonico di Oblio.

Michael Pietsch, l’editor a lavoro con Wallace a partire da Infinite Jest, confessava in privato di essere stupito dal dolore creativo e dallo stress che emanavano le nuove opere del suo autore prediletto (D.T Max ricostruisce minuziosamente la sfida perdurante tra lo scrittore e il suo editor, come una partita a scacchi – o, se preferite, a tennis, la battaglia per includere note, escamotage stilistici, interi personaggi o passaggi narrativi). Per Wallace, “nei tempi bui la definizione di arte buona sembra applicarsi a quell’arte che pratica il massaggio cardiaco agli elementi di umanità” – ma qualcosa in lui si è inceppato. La scrittura del Re Pallido lo stritola. La (felice) vita nuova con Karen Green, sua moglie, e la scelta di abbandonare il Nardil, non lo aiutano, in una combinazione complessa e difficile da afferrare. In alcuni momenti sembra trovare il bandolo della matassa, per poi riperderlo subito. Intanto osserva i suoi colleghi sfornare romanzi con regolarità, non riuscendo però a darsi lo stesso metodo e perdendosi invece in progetti che lo appagano e inevitabilmente lo distraggono: il reportage al seguito di John McCain o il saggio sulla grammatica americana; e così via, fino a quando il gas infiammabile nel pianeta si fa incendio, “cadendo come pioggia e poi alzandosi di nuovo, il sole su e giù come uno yo-yo”.

Pubblicato sul Mucchio 708/709

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