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Dan Brown

Inferno

Mondadori / pp. 522
6.5

Mai distrarsi leggendo un romanzo di Dan Brown. È come a scuola durante una lezione importante. Se poi il professore è un tipo in gamba, loquace e trascinante come Robert Langdon, il gioco è fatto. Si finisce a fare Indiana Jones, passando dalla teoria alla pratica. Trasformato in evento letterario prima ancora della sua uscita in libreria, con i traduttori segregati a sbrigare il loro lavoro, e pochissime notizie scaturite quasi sempre da cinguettii, Inferno è trasferta italiana al gusto Dante. Sia per Brown sia per il suo eroe con la faccia di Tom Hanks (e questo, ahinoi, è un dato incontrovertibile per colpa di Hollywood). Se leggi il libro e non immagini Tom in azione, qualcosa non funziona.

Non c’è avvio migliore di quello da smemorati. E infatti Langdon si risveglia, ferito e senza memoria in preda a incubi apocalittici, in un ospedale di Firenze, braccato da una misteriosa emissaria del “Consortium” e aiutato da una ragazza con QI elevatissimo, Sienna Brooks, nel riavvolgere il nastro e provare a capire cosa ci faccia in città e a quale scopo. Con Dante come sublime guida, tramite un dedalo di codici segreti, passaggi nascosti a Palazzo Vecchio, minacce di pandemia e doppi giochi con avvitamento carpiato, Langdon più che salvare il mondo cerca di tornarsene alla svelta all’adorata Harvard. Infatti, resta poco da salvare. Ma per qualcuno potrebbe perfino essere una buona notizia.

L’Inferno di Dante è una tentazione letteraria in cui ci puoi vedere qualunque cosa. Per esempio: un plot fantascientifico tale e quale a quello immaginato dalla coppia Larry Niven e Jerry Pournelle nel 1976 nel libro Inferno; puoi ambientarlo a Baltimora alla maniera di David Simon nella serie televisiva The Wire oppure renderlo ricettario per serial killer ripescando personaggi realmente esistiti (il poeta Longfellow, ovviamente ricordato fra le righe anche da Brown) e facendoli diventare Sherlock Holmes improvvisati. È il caso de Il circolo Dante, bel romanzo di qualche anno fa scritto da Matthew Pearl.

L’Inferno di Dan Brown è piuttosto fedele agli episodi precedenti: migliore de Il simbolo perduto, certamente sì, ma in linea con l’euforia decrittatoria che fece la fortuna de Il codice Da Vinci. Lo scrittore americano ha soltanto questo vezzo da guida turistica che può andare bene per i compatrioti americani, meno per chi Firenze e le sue meraviglie le conosce abbastanza anche senza guida personalizzata. Rivelazione e verità, di pari passo all’azione, sono un afrodisiaco per quanti vogliono vedere oltre e Dan Brown è bravo a stuzzicare, a catturare l’attenzione istigando il dubbio e la voglia di saperne di più. Come in passato, c’è una miscela di poesia e malinconia che si adatta al triste Dante in copertina. Forse il vero grande eroe di questo romanzo. Pronostichiamo, come per Il codice, migrazione turistica di massa. Tutti ad ammirare Botticelli, Vasari e Firenze tremando al pensiero della Peste Nera. Che oggi ha un altro nome.

Traduzione di Nicoletta Lamberti, Annamaria Raffo, Roberta Scarabelli

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