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Sergio Peter

Dettato

Tunuè / pp. 110 / € 9,90
7.5

Ogni ora le campane suonavano, sei tocchi erano le sei – ancora al lavoro – sette tocchi ecco le sette – ora di cena, finalmente. I paesi nascevano intorno alle chiese, le strade portavano tutte alla messa, alcuni uomini facevano i campanari, gli altri stavano lì intorno, attenti al suono che annunciasse la fine di una giornata, la morte di un compaesano, la nascita di un bambino. Le campane suonavano e scandivano la vita, era la forza umana a scuoterle: oggi le campane sono ammassi di bronzo che suonano stando fermi, fanno scena mentre un disco riproduce il loro rimbombo. Oggi le campane non servono a niente, «fanno venir da piangere, quello sì».

Sono discorsi come questo, miseri e potentissimi, noti ma non retorici, quelli che Sergio Peter fa in Dettato, un romanzo che è più che un altro un’autobiografia, pagine di fiction che più che a un libro assomigliano a un documento della realtà. Sergio Peter descrive, ragiona, si lamenta, con la sincerità di un bambino, ma con la ricercatezza della sua età adulta: l’eleganza conquistata, sempre umile, di chi è andato lontano per studiare, ma ricorda bene i giochi all’oratorio parrocchiale, le vie dimenticate dalle macchine, le anziane che ti guardano storto ma alla fine ti regalano sempre una caramella frizzantina. Leggere Dettato significa conoscere luoghi esatti, puntare il dito sulla mappa e fissare un caleidoscopio. Grandola ed Uniti, Piamuro e altri borghi della Val Maneggio, in provincia di Como: luoghi quasi sconosciuti, snobbati dalle cronache televisive e dalle guide turistiche, ma in cui «non c’è distesa che non sia degna di richiamo, anche un dosso, un buco, persino una bruga qualsiasi mezza franata».

Sergio Peter compone scene brevi, malinconiche e romantiche, di quella vita rurale, in cui la primavera si saluta con riti propiziatori intorno al fuoco, e i vecchi crocettano i numeri della tombola con pennarelli troppo sbiaditi per accorgersi di aver fatto cinquina. Stilisticamente non ci sono regole: la poesia interrompe la prosa, il dialetto si confonde con l’italiano, e sgrammaticati scritti epistolari commuovono tanto quanto una promessa d’amore mancata. I momenti raccontati in Dettato non hanno trama, né una voce narrante riconoscibile: sono da seguire per filo e per segno, senza alzare la testa dal foglio, proprio come si fa nei dettati delle elementari. Sono passaggi che leggi e già son passati, ripeti e non dimentichi più, come le filastrocche semplici ed eterne dell’infanzia, come la storia della vacca Vittoria, «è morta la vacca, è finita la storia».

 

 

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