delillo
Don Delillo

L'angelo Esmeralda

Einaudi / pp. 216 / € 19
SV

Ci sono luoghi letterari che rappresentano il centro e l’apice della letteratura postmoderna (ovviamente bisogna accordarsi prima su un uso…Ehm, estensivo del concetto, uno dei più controversi in letteratura). Per esempio, come l’interno di Meatbull Mulligan, ambientazione del party che va in scena in Entropia di Thomas Pynchon. Uno dei più suggestivi: la saletta radio da cui Madame Psychosis trasmette il suo programma in Infinite Jest. Ma quando ci spostiamo fuori, all’aperto, compare la straordinaria visione creata da Don De Lillo. Eccola, su un manifesto pubblicitario illuminato dai fari di un treno urbano, di fronte a uno spartitraffico nel Bronx. Il poster di un succo d’arancia. La scena, contenuta in chiusura di Underworld, il romanzo più corposo di De Lillo, costituisce qui un racconto a sé. E, senza il peso della storia addensata nel romanzo, si libera, emana una forza ancor maggiore, diventando il fulcro della raccolta. L’angelo Esmeralda mette in fila nove storie, dal 1979 al 2011, di uno degli scrittori americani più influenti del secondo Novecento. Postmoderno, si diceva: ma, oltre a Esmeralda, possono dirsi pienamente tali i soli Momenti di umanità nella terza guerra mondiale (forse il racconto migliore della raccolta) e Il corridore, strutturato come se lo scrittore avesse una telecamera e la facesse ruotare sulla scena descritta. Ecco, se c’è uno scrittore che può mettere in crisi chi tenta di etichettarlo, è De Lillo. Le altre storie virano verso un intimismo che può sorprendere solo chi conosce superficialmente l’autore newyorkese. È il caso di Falce e martello, tentativo di elaborare in narrativa la contemporaneità: un uomo, in carcere per motivi finanziari, assiste a un tg condotto dalle sue piccolissime figlie, in un crescendo di intensità. La scrittura è sempre vivace e decisamente esatta. E tagliente. In fondo De Lillo è molto spesso il meno ironico dei postmoderni, o se non altro il più amaro, distante dallo humour caleidoscopico di un Pynchon o dal distacco beffardo di un John Barth.

Pubblicato sul Mucchio 704

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