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Donna Tart

Il cardellino

Rizzoli / pp. 896 / € 19
8

La gente muore, questo è un dato di fatto” dice una madre al figlio, dentro al Metropolitan Museum Of Art “ma il modo in cui perdiamo le cose è insensato e terribile […]. Tutto ciò che sopravvive alla Storia dovrebbe essere considerato un miracolo”. Undici anni dopo Il piccolo amico, Donna Tartt torna con il suo terzo lavoro, Il cardellino, un’opera voluminosa
che nell’ottima traduzione italiana sfiora le 900 pagine, con la storia di Theodore Decker e della detonazione nel museo newyorchese, in cui perde la madre e da cui si salva per caso, per aver seguito i capelli rossi di una ragazza, per noia, per coincidenza. È il caso a essere protagonista di questo romanzo: quello stesso caso per cui anche lei, Pippa, si trova là con l’anziano Welty che, prima di morire, consegna a Theo un anello e il compito di riportarlo al suo socio di affari, l’antiquario Hobart. Prima di uscire dal museo, come richiamato dallo stesso quadro, Il cardellino del titolo, Theo si avvicina alla parete e lo porta via: la tela di Carel Fabritius, allievo di Rembrandt, è una delle poche ad essersi salvata dall’esplosione in cui ha trovato la morte, giovanissimo, lo stesso pittore, secoli prima; ancora il caso, le ripetizioni.

Nel romanzo della Tartt l’attacco terroristico non si intreccia con la storia nazionale, resta una tragedia personale – un segno tipico di tutta la sua scrittura, sempre posta su un orizzonte esistenziale, mai collettivo – ma è attorno a questo momento che la Tartt dispiega le sue trame, muove i suoi personaggi, ora allontanandoli, ora riconducendoli a un unico principio, attraverso i casi e le coincidenze. E se questi fossero il modo che ha Dio per rimanere anonimo? Ci si chiede: e se l’ironia della sorte e la divina provvidenza fossero solo due modi di guardare a uno stesso disegno, che a noi non è dato comprendere? La vita di Theo sembra seguire un tracciato incomprensibile, prima ospite di una famiglia della New York colta, elegante e fragile, poi in custodia dal padre a Las Vegas, in quella che forse è la parte più bella del libro. Disperso a Canyon Shadows, un sobborgo costruito al confine con il deserto, “un enorme fanculo a Thoureau”, conosce Boris, ragazzo con cui condivide madri perdute e padri vivi ma assenti, con cui fa l’unica cosa che sembra possibile a quindici anni, annoiati in un luogo dominato dal vuoto: rubare, bere vodka alle cinque del pomeriggio, drogarsi, andare a dormire sperando di svegliarsi altrove, o di non svegliarsi affatto.

Gli oggetti sono sempre ambigui, ci dice Theo, assumono lo stesso temperamento di chi li possiede: Il cardellino sembra continuare a osservare il ragazzo senza offrirgli alcun conforto; è una presenza perturbante, mai benevola. C’è un sotterraneo senso di predestinazione nell’opera della Tartt, il senso che le colpe dei padri ricadono sui figli, che si è vincolati al nostro passato, come il cardellino è legato al muro per una zampa: la catena è sottilissima, ma non possiamo ignorarla. Sotto questa luce si possono leggere tutte le peregrinazioni di Theo, un personaggio interamente tarttiano, con la sua educazione sofisticata, con il suo culto della bellezza e dell’imperfezione: il libro è costellato da descrizioni di quadri, citazioni letterarie, da quella frase “il deterioramento è parte del fascino” che ci riporta al college di Dio di illusioni, alla filosofia greca, con conversazioni che sembrano lette in libri di Dostoevskij – non a caso, citato anch’egli: quella della scrittrice americana è un’epica dalla prosa asciutta e aderente, senza morale, senza punto di arrivo. Se la struttura del romanzo è circolare, nessuno ha detto che non si stia girando in tondo, illudendoci di andare da qualche parte. Il cardellino è forse l’opera più matura di Donna Tartt: un libro, che già menzionato tra i migliori dello scorso anno, adesso arriva anche in Italia, per ricordarci che se la bellezza è verità, forse non la conosceremo mai per intero, forse non la vorremo mai conoscere.

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