quel poco d'amore
Emmanuele Bianco

Quel poco d’amore che c’è

Fandango / pp. 207 / € 16
7

Emmanuele Bianco ci conduce attraverso Quel poco d’amore che c’è, in un accumulo alternato di realtà asfaltata e ricordi appuntati come flashback, su una macchina da scrivere della memoria. Il ricordo, infatti, si fa memoria collettiva di una famiglia, in fuga prima dal Sud, poi da se stessa.
Il romanzo è scandito dalle parole di Veniero che ricuce i pezzi  di una famiglia mai esistita, Santo il padre e Maria, la madre, ormai in agonia. Il viaggio di ricongiunzione verso il letto di morte diventa il pretesto, il momento perfetto per ricordare e raffazzonare legami e parole assenti per anni. Così il ricordo lascia il posto ad una riflessione sull’assenza e sulla morte. Un’apologia del tempo che passa, inesorabile: “Le cose passano, come la luce di un’alba. Passano e sembrano lasciare ossa rotte. Le persone passano, e sembrano lasciarelividi. Ma tanto si va avanti lo stesso, amando per sempre ciò che s’è amato una volta sola. E se è vero che le cose passano esolo perché si sta ancora camminando. Un padre ed un figlio che  lambiscono un’idea di vicinanza mai provata prima, “Ti capita mai di sentirti intoccabile?”. Recuperare il tempo perduto in una manciata di ore. Salvare, grazie a quel poco d’amore che c’è ancora, un cane investito e chiamarlo come la vita che si è sognata, Bella.
Tre persone con lo stesso sangue ma che hanno perso l’orientamento e il peso di certi grovigli, e così si vaga come le tartarughe che seguono le correnti  e poi tornano al punto di partenza, lì dove sono nate – “Le tartarughe  si riassestano e ricominciano la marcia verso il mare, incredibilmente all’unisono, come fosse una  coreografia. Annaspano dietro all’istinto di sopravvivenza che gli indica la direzione da seguire. Così vulnerabili e così destinate, quasi a sorreggersi senza conoscersi, senza toccarsi, senza sapere nulla di tutto”.
Così Veniero dopo aver incasellato la sua nuova vita a Parigi ritorna in Italia, a quel letto di morte che è vita,  in un bildungsroman on the road alquanto strambo, ma riuscito, per l’utilizzo anche grafico, di una distanza temporale con il contingente di un lasso di tempo cinematografico giallognolo. Il ricordo che inscena e aiuta a conservare le sensazioni. E poi la rivelazione. Veniero soffre di  iperstimolazione dell’amigdala.

Chi malatia ti risse chi hai?
Soffro di ricordi”.

 

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