epepe
Ferenc Karinthy

Epepe

Adelphi / pp. 217 / € 18
8

Una delle prime cose che viene in mente leggendo “Epepe” è Kafka, oppure Chafcha, o Jakka, o Khanka. Proprio come il protagonista di questo meraviglioso e agghiacciante romanzo non sa riconoscere la pronuncia esatta del nome della bionda ragazza che ogni giorno lo accoglie in ascensore, e di cui lentamente si innamora, il lettore, pagina dopo pagina, si immerge e si confonde sempre di più: gli sovvengono altre storie distopiche – Kafka, Orwell, Saramago per citarne alcune – ma “Epepe”, sarà la stessa cosa?

La risposta è no, e per capirlo si hanno due alternative: arrivare alla fine del libro e affidarsi al proprio senso critico o leggere la – bellissima – prefazione di Emmanuel Carrère. Ciò che rende unico “Epepe” non è il racconto di una realtà che nessuno vorrebbe mai vedere reale – ritrovarsi dopo un viaggio aereo in una città sconosciuta, i soldi contati, senza saper comunicare con gli altri né a parole né a gesti – ma il tono fermo, vischioso, quasi diabolico, con cui l’autore, l’ungherese Ferenc Karinthy, descrive ogni singolo passaggio dell’avventura di Budai, il protagonista. Dall’incredulità per essersi ritrovato in una situazione più assurda che inquietante, alla crescente angoscia per i fallimenti in cui incorre cercando una via d’uscita, il dramma di Budai anticipa ogni stato d’animo del lettore e lo precipita in un incubo, come l’insetto che, entrato casualmente in casa, colpisce ripetutamente, fastidiosamente, la luce della lampada.

Sì, “Epepe” richiama un po’ l’asfissia kafkiana di un mondo che schiaccia l’individuo come una mosca, e l’incomunicabilità cui è condannato Budai è la tragica immobilità della cecità di Saramago: ma poi c’è proprio Epepe (o Edebe, Bebe ecc.), la ragazza dell’ascensore, e tutto sembra diverso. Anche se lei e Budai non riescono a parlare, e Budai penosamente non sa neanche come chiamarla, lo spiarsi furtivamente nella cabina dell’ascensore o lo sfiorarsi durante un black-out non equivale comunque a un contatto? E questo contatto è vero, sentito, o è solo quel (poco) di cui si ha bisogno per non sentirsi soli quando la tua casa, tua moglie, il tuo cane, i tuoi libri sono lontani e neanche «voglio un taxi» è una frase pronunciabile?

Il rapporto con Epepe è così familiare nella sua stravaganza che è facile ci dica qualcosa di noi, che specchiamo la nostra incomunicabilità su schermi tascabili, e il non dialogo, più che la rovina di una storia, può farne da acceleratore. È un romanzo del 1970, ma per la paura che ci fa sembra scritto ieri, o meglio oggi: quando ritrovarsi in un posto qualsiasi, reale o meno, innamorati per una settimana di una che non potremo neanche rimpiangere invocandone il nome, non ci sembra poi tanto bizzarro.

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