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George Martin

L'estate di Sgt.Pepper

La Lepre / pp. 251 / € 14,90
7.5

C’è un disco che più di qualsiasi altro è stato capace di entrare a far parte dell’immaginario collettivo della cultura pop dello scorso secolo. Un disco che ha segnato più di una generazione di artisti, che ha scardinato ogni tipo di approccio alla musica pop e che ad oltre quarant’anni di distanza è ancora capace di far assaporare l’aria che si respirava durante i giorni del suo concepimento.
Il disco in questione, probabilmente lo avrete intuito, porta il nome di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band.

Era l’estate del 1966, i Beatles erano all’apice del loro successo, ma allo stesso tempo sull’orlo di una crisi d’identità artistica. Erano sì la rockband più celebre e osannata dei due continenti (e non solo) ma il vestitino di showband che gli era stato cucito addosso cominciava ad andargli stretto, e i bottoni allentati rischiavano di saltare. I quattro avevano un unico desiderio, quello di tornare ad essere dei semplici musicisti, e per farlo l’unica soluzione che sembrava loro percorribile era quella di sospendere drasticamente ogni apparizione o esibizione dal vivo, chiudersi tra le mura dei mitici Abbey Road Studios e dare inizio alle danze. Così fu, e ciò che ne scaturì fu di fatto un magico affresco di quei lisergici e caleidoscopici giorni.

Quegl’incredibili quanto fretetici mesi ci vengono qui raccontati dall’unico vero quinto beatle mai esistito, colui che aveva il compito di trasformare ogni idea in suono, George Martin, che con il suo stile pungente e appasionato ripercorre, tra simpatici aneddoti sui Fab Four (capaci di strappare divertenti risate), curiose descrizioni riguardanti le inusuali e geniali (per quanto arcaiche) tecniche di registrazione e passaggi di puro romanticismo velato di nostalgia, la storia del Sergente Pepe e della sua banda dei cuori solitari.

E lasciandosi trasportare dalla prosa di Martin si ha la sensazione di essere seduti davanti ad un caminetto scoppiettante mentre sorseggiando un buon whiskey il vecchio zio, lasciandosi sopraffare dalle emozioni, ci racconta di quanto sia stata spassosa e divertente la giovinezza ai suoi tempi. Se poi questa la si condivideva con qui quattro monellacci di Liverpool, va da se che non si può non invidiare allo zio l’aver fatto parte di quell’incredibile sogno caleidoscopico.

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