pesci

Jón Kalman Stefánsson

Iperborea / pp. 440 / € 19
7

 

«Nessuno può camminare sul mare, è per questo che i pesci non hanno gambe». È da un pensiero tanto naïf che prende nome questo corposo e solare viaggio interumano scritto da Jón Kalman Stefánsson. Pescelibro che si muove da un capo all’altro dell’Islanda, inganna il Nord sospeso tra presente, passato e trapassato. Perché nella piana di Keflavík, la piccola cittadina dove inizia ad avvolgersi l’intreccio di queste storie, le cose non funzionano come altrove; «a Keflavík» – ci dice l’autore «ci sono tre punti cardinali; il vento, il mare e l’eterno». Ma Keflavík, oggi Reykjanesbær dopo essersi fusa con Njarðvík e Hafnir, è anche una città che non esiste, un sogno degli americani che negli anni ‘40 vi impiantarono una base militare NATO regalandole i suoi quindici minuti di celebrità.

È qui che deve fare ritorno Ari, aspirante poeta ed editore di successo; Ari che non è riuscito, come le sette pernici bianche che hanno illuminato il suo cielo una sera d’ottobre, a spiccare il «volo che fende il buio», Ari che ha rovinato il suo matrimonio con un unico gesto, «un braccio che era diventato un urlo», Ari che ora la malattia del padre richiama indietro. Due generazioni prima di lui, nel fiordo orientale di Norðfjörður, il padre di suo padre, Oddur, comandante e armatore, infaticabile omone dalle spalle che reggono leggende, come di quando ha messo in fuga un altro uomo soltanto limandosi le unghie, o di quando ha serrato i pugni ed è stata la sua dichiarazione d’amore per Margét, «se mi sciolgo i capelli saprai che sono nuda sotto il vestito», aveva detto lei, nuda sotto il vestito americano.

Tra questi due tempi, dotati ognuno di memoria, entrambi tempi presenti in un orizzonte non finito, tante altre voci vengono raccolte con urgenza, con la voglia di far entrare tutti nella foto: Kristján che lavora il pesce mentre recita poesie piegato dai ricordi e dagli anni; Ásmundur che doveva conquistare il mondo ed è finito ispettore doganale; gli hamburger-lampo di Jonni il timoniere della Drangey; Sigrún che ha gli occhi firmati da Lennon e McCartney, lentiggine di sedici anni che è «l’eterna estate, il sogno del sistema solare», primo amore dell’adolescenza, «quando sei un razzo nel tempo».

È una «storia centenaria, un racconto di generazioni, […] una hit parade alla fine del mondo», dove la narrazione di ognuno si compone a ricordare il significato universale di esistere. Che dietro la favola dell’incanto poetico resta mestiere fatto di cura inesauribile, perché «possiamo dire cose con tutta la convinzione del mondo e alla fine ingannare comunque», perché «la quotidianità può assumere forme tali che a volte dobbiamo ricordare a noi stessi i fondamenti più importanti», perché in ogni uomo convivono il male e le sue metàstasi come «un serpente velenoso in una grotta alle pendici del cuore».

La scrittura, di registro colloquiale, si caratterizza per una punteggiatura semplificata e l’uso esclusivo del discorso diretto libero; ne nasce una prosa elastica che funziona per accumulo e rimemorazione, ribadendo a volte intere tessere lessicali in cui la lingua familiarizza con se stessa e noi con essa. Indicativi i sommari ad inizio capitolo, che tradiscono volentieri lo statuto di paratesto per generare sintesi arbitrarie, divenire luogo dove giocare allo schizzo impressionista. Un esempio rappresentativo è il seguente: «La morte viaggia in una Benz nera a sud, a Berlino, qualcuno ha un’andatura che mette a rischio le equazioni matematiche, ma poi l’aria sputa dei gabbiani bianchi».

Stefánsson ci invita a «trascinare in superficie ogni storia» – un monito prima che un manifesto – «per quanto brutta, perché se non osiamo ricordare, affrontare le cose, se indugiamo di fronte a ciò che fa male, che ferisce, che umilia, abbiamo finito di essere. O meglio: non riusciremo mai a essere le persone che siamo nati per essere». È per questo che il suo romanzo porta a galla violenza, dolore, follia, descrivendoci con meraviglia una terra dove il vento è un «orco trasparente», i monti notturni e innevati requiano supini come una «minaccia zitta», e i seni di una giovane madre possono essere belli «come i polpacci di un capriolo».

E a trionfare, infine, è l’amore; amore per i personaggi: così quando una donna rapita dal ricordo della sua giovinezza si getta nelle acque gelide dell’Atlantico per salvare un’altra vita, l’autore ce la ritrae mentre «sente il peso dei seni, la rigidità del corpo, sente che non è più una puledra, la compagna di giochi dell’eternità». Ma, sopra ogni cosa, amore per l’universo, per la scrittura, per la creazione artistica che è risposta specificamente umana a quella celeste, «il motivo per cui ognuno può, nonostante tutto, perdonare a se stesso di essere un uomo».

Ecco allora che le tante madeleine musicali che ricorrono in questo racconto, prima che personali amarcord di chi scrive (Keflavík è altrimenti nota come “bítlabærinn” o “La città dei Beatles” per la sua scena rock negli anni ’60 e ’70), sono tributo sentito a un’arte, quella musicale più delle altre, che mette gli uomini a contatto con l’assoluto, perché «chi riesce a pensare in modo disonesto e meschino, chi desidera altro al di fuori della bellezza, l’armonia e la giustizia dopo mezz’ora di Bach è uno squilibrato». In queste pagine che ci offrono anche il ritratto di un Paese, l’Islanda, preda di una classe dirigente interessata e avida, amare diventa così, definitivamente, atto politico, l’ultimo, forse l’unico, ancora possibile.

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