cinghiale
Giordano Meacci

Il cinghiale che uccise Liberty Valance

minimum fax / pp. 452 / € 16
9

Questa recensione è uscita sul numero 743 del Mucchio.

Due ragazzi, nella notte tra il 19 e il 20 luglio del 1999, seduti davanti al televisore, discutono, mangiano, bevono, commentano; ma soprattutto guardano un film: L’uomo che uccise Liberty Valance, uno dei capolavori di John Ford.

Ransom Stoddard avanza timido verso Liberty Valance. Vuole sparargli, malgrado il feroce bandito impersonato da Lee Marvin si stia prendendo gioco di lui e della sua inesperienza con la pistola. Stoddard – che ha il volto di James Stewart – prova a far fuoco. E fa centro: Liberty Valance è morto. Ma Tom Doniphon (John Wayne), nascosto da tutto e da tutti, in quel momento si stava aggirando nell’ombra, pronto a colpire. Nessuno verrà mai a saperlo, ma il colpo fatale proveniva dalla sua arma, e non da quella di Stoddard. A cosa credere adesso, alla verità o alla leggenda? Chi è L’uomo del titolo, Stoddard o Doniphon?

E chi è, invece, Il Cinghiale dell’ultimo, sorprendente romanzo di Giordano Meacci? Be’, su questo non ci sono troppi dubbi: Apperbohr è il cinghiale che, proprio come John Wayne, vaga immerso nella selva, nei pressi della casa dove Walter e Fabrizio stanno guardando il film; e lo fa in modo rumoroso, alla maniera della sua specie, spesso indicata come antitesi della delicatezza.

Questo episodio, che fa da cornice alla narrazione, è solo uno dei tanti che compongono l’universo di un testo assai stratificato ma al contempo per nulla ostico o cervellotico, ambientato a Corsignano, paese al confine tra Toscana e Umbria. Provate ora a cercare Corsignano sulla cartina: non la troverete. Magari qualcuno vi dirà che era l’antico nome di Pienza, uno dei tanti gioielli della provincia di Siena; ma di fatto, il paese qui raccontato esiste solo nelle pagine del Cinghiale, nella mente del suo autore e poi di chi legge, malgrado lo si possa idealmente ricondurre a uno dei tanti piccoli borghi situati in quella zona: uno di quei paesini immersi nei boschi, nei quali l’uomo può ancora trovarsi a contatto con una natura che sa essere confortante e protettiva, ma che alle volte può rivelarsi pericolosa e matrigna.

Una «Spoon River dei vivi», sentenzia uno dei personaggi, dove tutto appare immobile, nel quale le storie delle famiglie che vi abitano tendono per forza di cose a intersecarsi, poiché tutti si conoscono tra loro, o meglio credono di conoscersi. Un posto in cui facilmente ci si può ritrovare faccia a faccia con una bestia; e non è raro che questa bestia sia proprio un cinghiale.

Apperbohr è l’indiscusso protagonista di questa storia: suo è lo sguardo, suoi sono gli occhi perennemente lucidi e carichi di malinconia. Lui e i suoi simili si sono radunati nei dintorni di Corsignano; devastano i raccolti, creano scompiglio in una popolazione poco incline a grossi sconvolgimenti.

Il Cinghiale, con la sua striscia rossa sul manto, fa prima irruzione a un funerale, è poi ignaro disturbatore di inusuali incontri sessuali, ascoltatore di divagazioni cinefile; e comincia, pian piano, a pensare come un umano: a suo modo, pur non riuscendo a comprenderne il linguaggio, nonché impossibilitato a dichiararsi alla sua «cinghiala» del cuore, osserva e filtra i comportamenti degli Alti sulle zampe (così la sua specie  definisce gli uomini), dimostrandosi il miglior testimone possibile di una provincia ancorata al passato e all’aneddoto che passa di bocca in bocca, per mezzo di una strana e morbosa declinazione del pettegolezzo.

Le famiglie dei Bui, dei Bruni, dei Malpighi  – più i cinghiali, ovvio – e altre ancora convivono in un racconto cronologicamente frammentato, che trova i suoi termini di paragone più nel cinema che nella letteratura: nei film corali di Altman, nell’intensità delle immagini di Malick, nell’epopea western fordiana.

La prosa è densa, evocativa, visiva, mai pretenziosa o auto-compiaciuta.

Meacci gioca col linguaggio. Reinventa, trascrive, modella; rievoca il dialetto toscano, glorifica la lingua italiana scritta e parlata; crea il cinghialese, un idioma nel quale la parola «amore» non esiste, ma chi la parla può rivelarsi il migliore a carpirne il senso, inafferrabile come la poesia del Cinghiale: uno dei migliori romanzi italiani da tanti anni a questa parte.

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