holden copertina
JD Salinger

Il giovane Holden

Einaudi / pp. 248 / € 12
9.5

Mi portavo il libro ovunque come una sorta di talismano. Mi sembrava più buffo, più commovente, più giusto nel descrivere le cose di qualunque altro libro avessi mai letto”; il libro è The Catcher In The Rye e così ne parlava Ian Hamilton, un poeta e critico letterario inglese che per anni ha inseguito J.D. Salinger, il più imprendibile degli scrittori americani del Novecento, per scriverne una biografia. E abbiamo preso Hamilton, ma vale per tanti. È valso anche per Mark David Chapman, per dire.

In Italia, quando venne pubblicato da Einaudi, al libro-talismano dettero il titolo Il giovane Holden, perché quello originale era intraducibile; c’è una nota, famosissima, che spiega tutto. Holden uscì dieci anni dopo la prima edizione americana e nove dopo la prima versione comparsa qui da noi, intitolata Vita da uomo dall’editore romano Gherardo Casini. Il libro era accompagnato da una fascetta rossa che interrogava il lettore: “Un libro scandaloso o profondamente morale”? Per Casini lo tradusse Jacopo Darca, ma fu un fiasco (non necessariamente per colpa del traduttore); la versione che abbiamo letto tutti, quella einaudiana del 1961, è quella di Adriana Motti. Adesso ci ha rimesso mano Matteo Colombo, senz’altro tra i migliori traduttori italiani contemporanei (De Lillo, Egan, Wallace, Eggers).  E ora bisogna dire questo: che come qualsiasi altra cosa, i libri possono piacere o non piacere. C’è gente che non apprezza Dostoevskij, per dire. Il giovane Holden appartiene a un’altra categoria, perché se ti piace non si limita a piacerti: succede che vien voglia di portartelo dietro, o di tenerlo sul comodino negli anni. Succede che mentre parli pensi che certe tue parole vengano fuori in corsivo, o che non riuscirai mai a sopportare la gente che se la tira troppo, o che vorresti tanto chiamare qualcuno ma proprio non ti decidi a farlo. Per questo, e per altri motivi difficili da esprimere, una nuova traduzione del libro più noto di Salinger è un evento, e adesso che J.D. non è più tra noi possiamo dirlo sapendo di non offenderlo.

In Italia, chi ha amato Holden necessariamente deve aver amato Adriana Motti (i due sono morti a pochi mesi di distanza), che ha fatto rivivere nella nostra lingua le ossessioni e i tic linguistici del giovane Caulfield. “La mia infanzia schifa”, “vattelapesca”, e tutti quei “stramaledetto” e “maledettissimo” e “col fischio!”, e “compagnia bella”, e tante cose “buffe”. Naturalmente, molti modi di dire e tante parole sono invecchiate con il passare del tempo, e delle copertine che si sono susseguite. La cosa incredibile è che sembra proprio che il libro continui ad esercitare il suo incanto; ma chi lo accosta adesso difficilmente usa vattelapesca – in effetti sospetto di non aver mai sentito nessuno dire vattelapesca. E poi quelle di Central Park sono ormai per tutti anatre, non anitre. In ogni caso, Matteo Colombo si è accostato al lavoro con grande rispetto, e con quella che definirei una certa dolcezza. Non come un chirurgo, ma come un raffinato musicista chiamato a ri-arrangiare una piccola sinfonia, e che non sta lì a volerci dimostrare quanto sia bravo (Caulfield apprezzerebbe l’approccio; almeno quanto non apprezzerebbe sapere che una scuola di scrittura è intitolata a suo nome… lui, che la scuola la odia). Nella nuova traduzione, lo slang si fa più brutale “(il didietro per terra” diventa “il culo per terra”, e ci sono più “cazzo”, e i “respigenti potentissimi” di Lillian Simmons diventano delle “bocce enormi”. “Respingenti potentissimi”. Mi ha sempre lasciato secco, in effetti). Il “biliardino automatico” adesso è un più comune “flipper”, e la cantante Estelle Fletecher – Holden cerca un suo disco per regalarlo alla sorella Phoebe – da “negra” diventa “di colore”  (e in effetti nella versione originale è una “colored girl singer”, quindi non si tratta di eccessi da politically correct). E via discorrendo: insomma: l’Holden di Colombo è lui, il caro vecchio Holden di J.D. Salinger, con un abito leggermente rinfrescato – a proposito, il “berretto” da caccia di Caulfield, adesso è un “cappello”.

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