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Georges Simenon

Il grande male

Adelphi / pp. 146 / € 18
8

Quando Georges Simenon nel 1933 iniziò la stesura de Il grande male cercò nella sua mente l’ispirazione per quella che sarebbe dovuta essere la protagonista del romanzo. E gelida, autorevole, giudicatrice si impose immediatamente la figura della nonna paterna (“Tutti i miei romanzi sono fantasmi della mia infanzia”). Nella fantasia dello scrittore la donna diventò ben presto la signora Pontreau, una delle figure femminili più memorabili che Simenon ci ha regalato: spietata, austera, sprezzante e orgogliosa.

È lei a dominare indiscussa la scena del romanzo, pubblicato per la prima volta in Italia da Adelphi: vedova e madre di tre figlie, la famiglia è il suo campo di potere, e pur di esercitare su di essa il totale controllo non esita a uccidere con gelida determinazione l’inutile genero, debole e incapace di farsi rispettare, gettandolo da una finestra del granaio durante un attacco di epilessia. E poco importa se la tranquilla vita di provincia nella società arcaica e rurale di Neuil non sarà più la stessa. Insensibile, imperturbabile, la signora in nero, la “castellana del paese” è preoccupata soltanto di salvare la rispettabilità borghese di facciata della famiglia.

A modo suo anche questo romanzo – come tanti altri dello scrittore belga – è un poliziesco. Ma stavolta non c’è il bonario Maigret a combattere il grande male. E la vita della signora Pontreau, che Simenon con crudele minuziosità ci descrive mentre cucina un coniglio o sceglie le verdure al mercato o ribocca le coperte alle figlie, può continuare come se nulla fosse successo. Il mondo è quello all’interno delle invalicabili mura domestiche: questa misurazione, questa ripetizione, questo odio, questa calma sinistra dove il grande male esercita indiscusso il suo potere sulle vittime e sui colpevoli, sui vivi e sui morti.

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