mo yan
Mo Yan

Il paese dell'alcol

Einaudi / pp. 376 / € 21
8

Ding Gou’er è un ispettore inviato dalla procura a indagare sulla fondatezza delle anonime accuse di cannibalismo nella città cinese di Jinguo, famosa per la ricerca scientifica sui liquori e per questo motivo conosciuto come il Paese dell’Alcol e denunciare l’orrendo traffico di neonati. Ma ben presto Ding, un eroe negativo le cui passioni sono le donne, l’alcol e risolvere i casi che gli vengono assegnati, scopre che nel Paese dell’Alcol, dove abbondano bizzarre e sinistre tentazioni, l’aspetto più difficile delle indagini è tenere la mente lucida.

Durante i banchetti ufficiali ai quali è invitato dalle autorità locali tra infiniti brindisi, sempre ubriaco, l’ispettore perde il senso della realtà e non riesce più a capire se quanto gli viene imbandito è veramente la tenera, grassa e morbida carne di un neonato cucinata con una raffinatezza squisita (il “bambino brasato in salsa di soia” o il “bambino dono dell’unicorno”, che “libera un irresistibile profumo inebriante”) o una presentazione ad effetto frutto della manipolazione di alcuni ingredienti: le braccine di neonato che gli vengono offerte si rivelano gambi di fiori di loto abilmente modellati dal coltello del cuoco.

Rapidamente la scritture realista si impregna di fantastico e il sogno fa il suo ingresso nella narrazione. Di banchetto in banchetto, di desiderio in desiderio, attraverso i vapori dell’alcol e i deliri dei personaggi (un ispettore svogliato e paranoico, un diabolico nano lussurioso dai poteri sovrannaturali, un dottorando in distillazione di alcolici, una seducente camionista, un demone dalla pelle a scaglie, un vecchio rivoluzionario guardiano delle tombe dei martire, una strega insegnante di cucina) Mo Yan strega, ipnotizza, disturba.

Ci immerge in un universo allucinato e feroce, risveglia le meraviglie e i demoni dell’inconscio collettivo. Un mondo totalmente assurdo, dove il lettore non riesce a trovare gli elementi tipici della letteratura noir e si perde suo malgrado nella struttura narrativa complessa e liquida, come del resto si perde lo stesso protagonista. Mo Yan mette in scena il terrificante, l’assurdo e il comico in un miscuglio postmoderno che prende in prestito elementi della narrativa kung fu, noir, della tradizione taoista, della letteratura popolare cinese, della letteratura contemporanea e del realismo magico creando quel “realismo allucinato” che gli ha meritato il Premio Nobel e forse proprio nel Paese dell’alcol dà la miglior prova.

Nei dieci capitoli dedicati all’inchiesta sono incastonati uno scambio epistolare tra l’autore Mo Yan e Li Yidou, un aspirante giovane scrittore esperto di distillazione di alcolici e un suo racconto breve. Le storie di Li sono ogni volta più fantastiche e maligne e insinuano nella mente di Mo Yan i fantasmi di crudeli banchetti di neonati e personaggi demoniaci e di volta in volta assomigliano e influenzano la storia di Ding nel Paese dell’alcol finché le due narrazioni non coincidono e l’autore nel continuo gioco di specchi dove realtà e immaginazione, verità e menzogna si mescolano continuamente, finisce per trovarsi personaggio nel capitolo conclusivo.

Alcuni lettori potrebbero trovare che la scrittura manca di misura, ma senza dubbio con la giustapposizione di elementi terrificanti e comici, lirici e osceni, Mo Yan si prende gioco delle contraddizioni della Cina riformista e lancia un grido per l’anima persa della sua nazione. Nella Cina bulimica immaginata dell’autore, tutto quello che è consumabile, deve essere consumato: montone, manzo, porco, cane, mulo, pollo, coniglio, piccione, anatra, gambero, ratti, oca, palmi d’orso, nidi di rondine, ornitorinchi e bambini. E tutto è divorato in grande quantità, al limite del disgusto.

Il cannibalismo diventa la metafora di una società alla deriva, dove desideri e ambizioni insaziabili convivono con un materialismo disperato che distrugge l’uomo e lo riduce alle passioni primitive. Con i loro appetiti voraci e prodigiosi nessuno si sottrae alla grande abbuffata dionisiaca e ciò che ne resta è solo grottesca buffoneria e inquietante banalità. Finché “tutti gli ideali, la giustizia, il rispetto, l’onore e l’amore, tutte le cose nobili affondano nella fogna assieme all’infelice ispettore”.

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