carrère
Emmanuel Carrère

Il Regno

Adelphi / pp. 428 / € 22
8

È una frase rivelatrice dello scrittore che abbiamo davanti, Emmanuel Carrère, in questo libro (tradotto da Francesco Bergamasco) alle prese nientemeno che con i fatti avvenuti tra la Giudea e il Mediterraneo e Roma oltre duemila anni fa, fatti giudicati in seguito talmente rilevanti da meritare di dividere il tempo in un’era “avanti” e “dopo” la venuta di un certo Messia. La frase rilevatrice arriva dopo poche pagine, ed è questa: “Quando mi occupo di un argomento, mi piace aggredirlo su più fronti”.

Si tratta di una dichiarazione poetica estremamente affascinante, perché promette di tenere insieme ingressi differenti sullo stesso tema, e perché fa capire subito (anche a chi non avesse letto niente di Carrère) che il protagonista/dominus di questo libro è l’autore, in tutto e per tutto. Lui interviene, fa, disfa, sceglie, torna indietro. Per avvicinarsi a una storia tanto complessa e nota in tutto il mondo quanto povera di testimonianze dirette (quella narrata nei vangeli), non potrebbe esistere un metodo più rischioso, ma quella promessa/premessa (aggredire su più fronti) è limpida, incoraggiante. Soprattutto, è chiaro, se l’autore di questa inchiesta “aperta” è uno scrittore di grande spessore intellettuale, curioso e metodico, al massimo delle proprie possibilità. Un uomo cresciuto in ambiente laico, decisamente acculturato, e oggi “non credente”; ma che intorno ai trent’anni, per qualche tempo, ha vissuto una crisi interiore che lo ha portato a diventare un fervente cristiano, uno di quelli, ci tiene a sottolineare Carrère, “che vanno a messa tutti i giorni”.

In un’intervista a Vincenzo Latronico, Carrère ha detto che d’ora in avanti si promette di “mettere a riposo” una personalità così invadente nei propri libri, ovvero la sua. In questa più che nelle sue precedenti opere, tuttavia, Carrère gioca in primissima persona – sicuramente più che in Limonov, dove il soggetto del suo ritratto riusciva ad assumere la statura di un personaggio talmente fatto e finito che se un lettore x non dovesse essere a conoscenza dell’esistenza di un reale “Limonov” potrebbe pensare che sia frutto della fantasia, checché ne possa dire Carrère. Qui, mentre racconta (ora basandosi sulle fonti, ora lasciandosi guidare da suggestioni il più possibile ragionate, verosimili) l’esistenza e degli apostoli Paolo, Pietro, Giacomo e Giovanni; degli evangelisti Luca e Marco e (ancora) Giovanni; quando prova ad aprire porte su quella figura rivoluzionaria e abbagliante che è stata Gesù Cristo, o a decrittare testi indecifrabili come l’Apocalisse; qui e ovunque, Carrère è ovunque. La sua personalità, ingombrante, non smette d’interrogare i suoi personaggi, quelli storici e quelli reali (sua moglie, i suoi amici, i suoi educatori); ma più di ogni altra cosa, non smette di interrogare se stessa, fino alle ultimissime (e non definitive) parole del libro.

Quanto ai protagonisti della vicenda, oscillando tra il focoso e testardo Paolo, l’apostolo folgorato sulla via di Damasco, e il più mite e incerto Luca, l’evangelista “didascalico”, Carrère non ha dubbi – per quanto possa interrogarsi su più livelli, lo scrittore francese riesce ad avere alcune certezze, esistenziali e stilistiche – e sceglie il secondo. Forse perché in Luca ravvisa qualcosa del “ritrattista”, la categoria a cui lui stesso pensa di appartenere. Ma Il regno, come s’è detto, non contiene solo ritratti e sedute di autoanalisi – queste ultime a volte sin troppo debordanti. Fedele al metodo enunciato sopra (più fronti!), Carrère cerca continuamente nuove suggestioni, prima si butta sui dettagli (un lenzuolo, una comparsa) e poi allarga il campo, proponendo parallelismi tra figure sorprendentemente distanti tra loro (un esempio? Be’, l’apostolo Paolo e lo scrittore di fantascienza Philip K. Dick, pure lui, a modo suo, abbagliato da visioni sconvolgenti). Irrisolto ed enigmatico come gran parte degli uomini che Carrère affronta sul suo cammino – gli apostoli, certo, e anche se stesso, e prima ancora Eduard Limonov e l’assassino Jean-Claude Romand), Il regno è un libro che resterà aperto nella mente dei lettori, anche una volta terminato.

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