grangè
Jean-Christophe Grangé

Il respiro della cenere

Garzanti / pp. 437 / € 18,60
6.5

Il nuovo romanzo di Jean-Christophe Grangé, Il respiro della cenere, è un po’ figlio di Fukushima. Della tragedia ha assorbito la parte contaminata e pericolosa. Talvolta, qualche pensiero sfugge al controllo ed ecco che anche il gigante tecnologico non è più l’orgia di luci al neon d’un tempo, pur restando il simulacro di un Paese che non sa dire di no, se non attraverso musi lunghi o spericolati giri di parole. Ma a quella parte del libro ci si arriva a tempo debito, dopo aver lasciato lo sbirro Olivier affrontare il nemico dichiarato, l’Ostetrico, un ermafrodita con la fissa della Fenice purificatrice e un lungo elenco di morti. I due un po’ si somigliano: stesse origini senza genitori, stessi istituti, identica pulsione a ripagare il male con il male. In realtà ne Il respiro della cenere (in originale: Kaiken, termine giapponese che indica un piccolo pugnale), Olivier è l’incarnazione ideale del ronin, samurai senza padrone né guinzaglio, disposto a tutto pur di salvare la moglie Naoko e i figli. Come sempre in Grangé l’impianto poliziesco si lascia inghiottire nel più torbido nero, dove istinti bestiali, omicidi efferati e psicologie marce si disintegrano con voluttà contro l’altro emisfero. Che però è quasi sempre popolato da personalità neutre. L’eroe buono è bandito dalle pagine dei suoi libri. Ma per qualcuno devi pur tifare e Olivier resta il meno ovvio degli individui chiamati a salvare il salvabile. Rispetto ad altre opere, il nuovo romanzo gioca con il lettore, sviandolo dalla retta via, stuzzicandolo con studiate geometrie di colpe e colpevoli. Piace anche il cordoglio emotivo per un Giappone che non c’è più. Anestetizzato dai paradigmi o dal desiderio che abbiamo di rinchiuderlo in un rassicurante perimetro di luoghi comuni. Forse per sentirci come il protagonista. Un illuso in terra straniera.

 

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