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Joël Dicker

La verità sul caso Harry Quebert

Bompiani / pp. 784 / € 19,50
8

C’è da invidiare il ginevrino Joël Dicker. A ventotto anni ha partorito un capolavoro, e al secondo romanzo. Di solito meta privilegiata di facili cadute, dopo un esordio coi fiocchi: il suo primo romanzo Les derniers jours de nos pères nel 2010 aveva portato a casa un Prix des écrivains genevois. Da quelle parti vorrà certamente dire qualcosa. Idem in Francia dove gli tengono gli occhi puntati addosso. Leggete La verità sul caso Harry Quebert e forse converrete con noi che i miracoli esistono. I gialli ben congegnati li scrivono ancora. Fenomeno letterario o meno, Dicker appartiene alla categoria “sonora sberla in faccia”. Ovvero coloro che ti costringono a incassare quasi 800 pagine di romanzo con meccanica assuefazione, cambiando le regole del gioco in corso d’opera. Ma se l’anima del suo romanzo è di quella tonalità di colore, non sfuggirà al suo interno il senso di appartenenza al mondo dei libri e della scrittura. La verità sul caso Harry Quebert è un romanzo appassionante che ti fa dubitare di tutto e di tutti, sino all’ultimo. Tranne dell’amore.

La storia non suona migliore o peggiore di altre: una ragazzina di 15 anni, Nola Kellergan, svanisce misteriosamente alla fine dell’estate 1975, per ricomparire cadavere trent’anni più tardi nel giardino dell’uomo che segretamente l’aveva amata. Lui è un romanziere famoso e il suo discepolo, Marcus Goldman, fregato dal blocco dello scrittore proprio al secondo romanzo, inizia a indagare. Agatha Christie, mettiti comoda sulla tua nuvoletta e sta a guardare. Dicker costruisce il suo giallo magistrale ricomponendo un puzzle a incastro ambientandolo nella quieta provincia americana, a un passo dal Maine caro a Stephen King. Compie drastiche inversioni temporali a U, lisciando il passato di uomini e donne che, all’apparenza, con la vittima non c’entravano nulla. E intanto rivela, scarta, divaga da abile piazzista di emozioni, colpi di scena, improvvisi ribaltamenti. Fino a rivelarci chi-cosa-perché. Con la partecipazione straordinaria di ironia effervescente: la mamma ebrea di Marcus, le freddure dello sbirro acido e la verità sugli scrittori. Alla fine, pure loro sono dei bluff.

 

Traduzione di Vincenzo Vega

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