la-conta-chiuso
Flavia Ganzenua

La conta delle lentiggini

Caratteri Mobili / pp. 72 / € 10
6

Flavia Ganzenua scrive di aneddoti, di carrellate cinematografiche, di pose calibrate, di bozzetti lirici. Ci sono molte storie, anzi storie nelle storie. O è solo una favola. O è solo un sogno. Il dubbio rimane. Il tema fiabesco apre il rosso in copertina. Una ragazza stesa all’ingiù, occhi chiusi, corpo magro, magrissimo annega, galleggia, respira ancora. Cappuccetto rosso che diventa lupo. Una sorta di liberazione, di capovolgimento di eroi e prede. È ingombrante la scrittura di Ganzenua, femminile, corporale, volutamente emozionale. In alcuni casi istintiva, con soluzioni espressionistiche e dei colpi di coda crudeli a perdifiato. Una scrittura a tratti trincerata sempre sulla difensiva, poetica perché senza nesso e spesso senza ragione. Lapidaria e sciolta “ricorda gli occhi delle mosche: migliaia di celle, poste l’una accanto all’altra, che sbriciolano la realtà. Le mosche captano il minimo movimento, ma la visione d’insieme non è mai nitida.” Ma più ci appressiamo al termine e più le trame narrative emergono, si riscopre un tentativo di prosa. Gli ultimi racconti non perdono la vena cinematografica, come se ci fossero sempre dei ritratti ricorrenti a cui dar colore nella scrittura della Ganzenua, ma hanno una forma-racconto più composita e armonica.

Sono un buco. Tutto ci passa attraverso e forse ci si perde anche. Un buco è anche qualcosa che aspetta di essere colmato, di essere saziato. E c’è chi non mangia, mai, e nasconde le polpette nelle maniche e poi nei tovaglioli come Davide in Belfast e la manutenzione del dolore, o chi non riesce a colmare un vuoto dentro ed uno accanto ed ordina al bancone sola, due caffè. Un buco non ha fondo e non sai mai dove finisce e si prova a delimitarne i bordi. “Avevo bisogno di sentirti. Ho acceso una sigaretta. Ho scelto un punto preciso, lo stesso che avevi scelto tu, sul polso, l’ho spenta lentamente, e tutto è tornato a posto.” Tutto è stato perso, violato. I personaggi sembrano esiliati in posti mai giusti, mai felici. Leo che aspetta la mamma fuori dalla scuola che non arriva, Davide che scappa di casa, Silvia che si crea un nascondiglio.

Ed infine il titolo, contare significa forse portare alla memoria delle cose, o dimenticarsene, distrarsi dal trambusto di tutto quello che avviene, che è avvenuto, o fare ordine. Contare le lentiggini è contare quello che si è, contare solo su di sé. Ogni macchiolina aranciata è uno squarcio che si apre nella memoria e nella bocca pronta a rac(contare). L’adolescenza, come crescita impari tra la testa e il corpo, tra quello che si afferra e quello che si perde. Caos dal quale non si esce, sono un pesce in una busta di plastica.

 

 

 

 

 

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