Notte ragazzi cattivi
Massimo Cacciapuoti

La notte dei ragazzi cattivi

minimum fax / pp. 223 / € 17
6.5

Al suo ottavo romanzo, con La notte dei ragazzi cattivi, Massimo Cacciapuoti, dopo il fortunato esordio nel 1998 con Pater familias, torna su un tema a lui caro: la famiglia, appunto, che secondo l’autore è il nucleo di una società sana, ma anche il cancro che corrompe la vita dei bambini innocenti.

Cacciapuoti nei suoi romanzi cerca di andare alla radice del male familiare e di come si tramandi di generazione in generazione: perché tutte le storie in fondo, come nel mito, sono destinate a ripetersi nel tempo. E La Notte dei ragazzi cattivi non fa eccezione. A tenere insieme una trama piuttosto complessa è un unico filo conduttore, la violenza: tra padri e figli, tra uomo e donna, tra bambini aggressivi e bambini insicuri, tra esseri umani e animali innocenti.

La violenza di Ascanio Lombardi, soprannominato il Maiale e di Paride, il braccio destro del Maiale, un ragazzino affetto da nanismo, malvagio e arrabbiato con la vita, nei confronti di Fabio Romano, che invece è fragile e pauroso e davanti alla prepotenza dei bambini e degli adulti si chiude nel suo mondo silenzioso fatto di giri ossessivi in bicicletta.

La violenza del padre di Fabio, Giuseppe Romano, un uomo profondamente irrealizzato che soffre di improvvisi scatti d’ira, fa uso di alcol e marijuana e, nonostante ami Fabio, il suo “machismo” da provincia gli impedisce di comprendere e accettare le debolezze del figlio.

La violenza del passato, che dopo quindici anni tormenta ancora Giulia De Giovanni, la maestra di sostegno di Fabio, l’unica insieme alla sorella maggiore a capire veramente il difficile bambino. La violenza di un luogo, come il paese di Guggiano, che sembra risucchiare i suoi abitanti in una prigione invisibile dalla quale è impossibile evadere.

Cacciapuoti nella Notte dei ragazzi cattivi non nega la possibilità del riscatto e della redenzione. Peccato lo faccia inserendo nella storia alcune coincidenze incredibili che appaiono al lettore come un corpo estraneo e diminuiscono in parte l’efficacia di un romanzo cupo e piuttosto “duro”.

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