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Vanni Santoni

La stanza profonda

Laterza / pp. 156 / € 14
7.5

Chiusi in scantinati e garage, per vent’anni hanno inventato mondi via via più sofisticati, mentre il mondo fuori, quello vero, sbiadiva di senso e fisionomia. Se con il precedente Muro di casse Vanni Santoni aveva storicizzato la subcultura dei rave, nel nuovo libro La stanza profonda, edito anch’esso da Laterza, l’autore toscano mantiene la forma ibrida a metà tra romanzo e saggio per compiere stavolta un viaggio tra i giochi e i giocatori di ruolo. Come si rivendica, però, il lascito di chi rinunciò all’identità per scegliersene un’altra, trovare asilo sottoterra e lì creare universi altri, vivere storie, possibilità e direzioni soltanto e del tutto immaginarie? Facendosi guidare giù ne La stanza profonda da Santoni, come un buon dungeon master che narra in seconda persona e rende quella “decina di sciamannati intorno a un tavolo” gli eroi di una vicenda dai connotati addirittura generazionali.

La parabola ventennale del Silli, del Bollo, di Paride, Andre, Leia, Tiziano e tanti altri – compresi personaggi di ritorno dal romanzo d’esordio di Santoni, quel Gli interessi in comune ormai introvabile e diventato oggetto di culto – incrocia la caduta della provincia profonda tra gli Ottanta e il nuovo millennio. Il Valdarno che fa da sfondo alla vicenda è assurto a paradigma regionale, nazionale e perfino continentale del disfacimento delle periferie, di una comunità che degrada in popolazione, dell’inaridirsi di una terra che, se non fertile, poteva almeno dirsi genuinamente arcigna, e ora si lascia invece ingoiare dal Nulla. Tornare al gioco ogni martedì sera, forgiare un mondo, condividerne regole e rituali, fu quindi – è la tesi dell’autore – una zona di autonoma e libera controcultura, un atto di resistenza alla spietata disumanità che tutto governa e mette in competizione fuori dalla Stanza. Con questo romanzo per la prima volta nella storia Laterza corre al Premio Strega. Una lettura imperdibile, che abbiate o meno mai affidato il vostro destino a un dado a venti facce.

Pubblicato sul Mucchio n. 755.

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