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Chad Harbach

L'arte di vivere in difesa

Rizzoli / pp. 513 / € 20
9

Uno potrebbe anche limitarsi a parlare del baseball, sottolineare quanto l’imprevedibilità dei rimbalzi somigli all’imprevedibilità degli eventi, quanto la rigidità del gioco e l’infallibilità delle statistiche somigli alle leggi della vita, che fanno andare le cose come devono andare sempre. Uno potrebbe anche limitarsi a parlare del baseball e rilevare il fatto che L’arte di vivere in difesa è uno dei più bei libri sportivi scritti negli ultimi vent’anni, che regala la soddisfazione di poter finalmente pensare a un finale alternativo per Il migliore – decisamente il più bel libro di baseball in assoluto – di Malamud. Uno potrebbe limitarsi a parlare del baseball, scrivere banalità e azzeccarci, tanto questo libro è perfetto. La verità è che non c’è soltanto il baseball.

Chad Harbach disegna uno spaccato di americanità classica, che vive e si muove, sanguigna  e febbrile, tra i viali e i cortili di uno degli scenari più americani in assoluto – il college – arrivando a scomodare due delle icone letterarie più abusate – Melville e Whitman – senza mai farle sembrare fuori posto, senza mai farle suonare ridondanti, senza mai cadere nella trappola dell’enciclopedico. C’è l’omosessualità, l’anoressia, l’ecologia, l’alcolismo, le borse di studio per gli atleti, gli anni sessanta, la dolce vita della provincia e le balene bianche. Ci sono più di cinquecento pagine di letteratura così pura da intimorire il lettore, da indurlo ad aspettarsi una chiusura banale e trita, per invece scoprire nelle ultime pagine un’immagine poetica e ruvida come poche nella storia (c’è forse un capitolo di troppo, Chad, te lo devo dire). E in fondo a tutto questo c’è il baseball. Il baseball che fa da collante al romanzo come per secoli ha fatto da collante e da contorno alla vita di milioni di persone. Quello sport che sta sempre sullo sfondo, che si può seguire o non seguire ma che alla fine fa la differenza. La tranquillità del diamante e la manciata di secondi dopo il ping della mazza che spara via la pallina dal piatto di casa base e quell’alternarsi schizofrenico di indecisione – non si sa mai se rimbalzerà bene o male, se volerà oltre l’ultimo esterno per saltare il muro o resterà in campo per qualche centimetro – e sicurezza – i numeri fanno il baseball, se un giocatore picchia duro è difficile che andrà strike out.

Leggendolo mi è venuta in mente una cosa che avevo dimenticato. Don Mattingly, Yankee per tutta la sua carriera durata quattordici anni, che riceve una tesa in prima base per un’eliminazione forzata – forse per un doppio gioco, a me piace pensare che si trattasse di un doppio gioco – e invece di incollarsi alla palla, invece di stringerla nel guanto e girarsi verso l’arbitro per suggellare la giocata, cede a un tic tanto personale quanto scellerato. Con uno schiocco la fa saltare dal guanto alla mano libera, mentre il battitore è lanciato al galoppo nella sua direzione. In quel momento, mentre il cuoio di un bianco scintillante volteggia per aria mischiandosi al rosso delle cuciture, il corridore è qualcosa di molto vicino al gatto di Schrödinger, eliminato e salvo allo stesso tempo, vivo e morto, come viva e morta è la carriera di Mattingly, vivi e morti sono tutti gli Yankees in campo, il suggeritore di prima base, il general manager – era già Joe Torre? – l’intera partita è viva e morta nell’attesa che il trucchetto sia portato a compimento. Ma Don non si scompone, sa che non può sbagliare perché lo ha fatto centinaia di volte, anzi è certo – certo come solo un superstizioso può essere – che se non facesse saltare la pallina per effettuare un’eliminazione alla mano negli ultimi centimetri di corsa, probabilmente fallirebbe.

L’arte di vivere in difesa si fonda su un enunciato del genere: se le cose possono prendere una certa piega, è lecito pensare che ne prenderanno una diametralmente opposta, che andranno a rotoli solo per il gusto della contraddizione. Allora tanto vale anticiparle, vivere di decisioni prese in fretta per ragioni inafferrabili, destabilizzare la tranquillità del campus per mantenere in traccia il corso degli eventi. Allora è giusto che Henry mandi a monte una carriera segnata, che il rettore Affenlight scelga di innamorarsi di uno studente, che Pella lasci tutto solo per il gusto di litigare con tutto, che Schwartz insegua se stesso per salvare gli altri. La lingua di Harbach – editor di “n+1” al suo degno esordio – pesca dappertutto nella letteratura americana e suona allo stesso tempo imprevedibile e rassicurante, come quello sport centenario, che è sempre esistito e sempre esisterà e che fa da pretesto per un romanzo che è un vero miracolo. Quel baseball ritmato e prevedibile, in cui tutto può ancora succedere.

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