esorcista-light
William Peter Blatty

L'esorcista

Fazi / pp. 427 / € 14
9

“…E un uomo, le ossa di un uomo. I resti calcificati dell’angoscia cosmica che un giorno l’avevano costretto a chiedersi se, in fondo, la materia non fosse altro che l’annaspare di Lucifero per riconquistare i cieli del suo Dio. Ormai, però, sapeva qualcosa in più. Attratto dal profumo intenso delle piante di liquirizia e tamarisco, il suo sguardo si volse verso i papaveri sulle colline, verso le distese di giunchi, verso la strada nuda e sassosa che si precipitava nel terrore.”

Ritorna un classico, fondamentale, della letteratura orrifica, L’esorcista (1971) di William Peter Blatty, in una nuova affascinante veste all’interno della collana “Darkside” per Fazi editore. Nessuno certamente dimentica la popolare suggestione, potente, subita dopo la visione dell’eccezionale trasposizione cinematografica del libro, tuttavia, a mio avviso, l’opera di Blatty è più perturbante e intensa rispetto al lavoro del regista William Friedkin.

I fatti de L’esorcista narrano della graduale possessione demoniaca di cui sarà vittima la piccola Regan. La madre della bambina, l’attrice Chris MacNeil, scoprirà l’orrore che piano piano aggredirà la figlia, dapprima tramite l’infestazione della casa, cioè il demone stravolgerà l’ordine della dimora: scuoterà il letto, nasconderà gli oggetti; in seguito, assistendo alla totale conquista diabolica della volontà della piccola. In aiuto della signora MacNeil giungeranno due uomini diversamente vicini alla fede. Padre Karras e padre Lankester Merrin, entrambi pronti a esorcizzarla. Al di là della trama, ampiamente nota, penso sia necessario riconoscere a L’esorcista il merito di essere un lavoro di grande profondità spirituale.

Per tre ragioni.

1. Innanzitutto perché la struttura narrativa non concede possibilità di fuga: si avrà paura del Diavolo pagina dopo pagina e l’obiettivo orrifico coinvolgerà ogni senso fino a credersi coinvolti negli eventi.
2. Perché la lingua, agile, secca – per taluni versi sottilmente malefica per la sua strategia di attacco, quasi sensoriale, verso il lettore – non dispone dell’argomento demoniaco con bislacche e grossolane intenzioni stilistiche. Il linguaggio è dunque ragionato, calamitico, studiato.
3. Ultima ragione: si discute della questione del Bene e del Male, di Dio e del Diavolo, con delicatezza, nonostante alcune pagine di forte effetto.

Il lettore di fede potrà quindi porsi verso il libro con rinnovata fiducia verso il concetto cristiano di Grazia. O scegliendo la prospettiva fideistica di Karras, ovvero quella del dubbio intellettuale prima di riconoscere la beatitudine assai umile di Dio. Oppure quella, già saggiamente sicura di Dio, del più anziano Merrin: la lotta contro il Diavolo è nel tempo e non si esaurirà se non per volere dello stesso Dio. Così come potrà aprire il volume anche il lettore più scettico: pagine intere discutono, infatti, imbevute di scienza medica, della effettiva difficoltà circa la dichiarazione finale se ci si trova innanzi a una possessione demoniaca. Altre pagine, invece, daranno opportunità di studio attorno al sensibile territorio della possessione diabolica e al suo atto di espulsione che è l’esorcismo, nel libro è quello del rituale romano cattolico. Finché tutti i lettori forse si porranno la medesima domanda: “cosa dobbiamo fare in questo mondo immanente per riconoscere e sconfiggere il Male?”

Si chinò di nuovo e avvicinò la bocca all’orecchio di Karras. Aspettò. Si sforzò di sciogliere il nodo che sentiva in gola. «Sei…?». Si interruppe quando sentì la presa sul suo polso allentarsi improvvisamente. Tirò indietro la testa e vide gli occhi pieni di pace, di pace e di qualcos’altro. Qualcosa di misterioso, come una gioia, il raggiungimento di qualcosa di desiderato con tutto il cuore.”

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