lincoln nel bardo
George Saunders

Lincoln nel bardo

Feltrinelli / pp. 347 / € 18,50
9

Dicevamo – qualche tempo fa devo averlo scritto, dopo averlo letto da qualche altra parte – di quel clic che scatta sometimes mentre leggiamo, o ascoltiamo musica, o perché no, mentre guardiamo negli occhi un’altra persona. Pum. Nel caso di Lincoln nel bardo questo clic scatta – per quello che mi riguarda a più riprese – in un cimitero, l’Oak Hill Cemetery di Georgetown, Washington. È lì che Abrahm Lincoln, presidente degli Stati Uniti in carica, ha appena seppellito suo figlio Willie, morto a dodici anni in un pomeriggio del febbraio 1862, mentre infuria la Guerra di secessione. Il ragazzino, amato oltre ogni misura dal padre e dalla madre, s’è ammalato all’improvviso, e all’improvviso se n’è andato. Le condizioni di Willie si aggravano mentre i Lincoln sono impegnati in un ricevimento nella loro residenza, nel malcontento generale dovuto al conflitto e alle scelte del presidente.

George Saunders ambienta il suo libro (romanzo? forse; non saprei) nella notte che segue la morte del bambino. Lascia che la storia sia raccontata da testimonianze dell’epoca – alcune vere, altre inventate – che s’intrecciano in un coro, e dalle anime che abitano il cimitero di Washington, le anime bloccate nel Bardo, nel limbo, colte in uno stato di morte che non vuole ammettere la morte avvenuta. Siamo dalle parti di Spoon River, certo, perché le anime riflettono sulle loro vite ormai esaurite abbandonandosi al ricordo e al rimorso, ma c’è in più l’azione, data dal movimento, dall’intreccio. In questo, sì, Lincoln nel Bardo è un romanzo. In più, Saunders mette in scena un’interazione tra vivi e morti, seppur complicata e incerta. Tra Abrahm e Willie Lincoln si instaura un dialogo impossibile. Tra il presidente e gli schiavi neri seppelliti nel cimitero forse scatta qualcosa.

Messa così mi rendo conto che Lincoln nel Bardo (tradotto da Cristiana Mennella in quella che a me è parsa un’ottima versione) possa sembrare un libro lugubre. Niente di tutto questo… proviamo a immaginare un blocco compatto attraversato da molti fori. Di qui passa la luce, di là le tenebre, di qua di nuovo una luce abbagliante e ancora il buio, mentre irrompono di tanto in tanto risatine o rimpianti o cori angelici o demoni travestiti da angeli. Questo è Lincoln nel Bardo. Saunders è uno scrittore che sa maneggiare come pochissimi altri il comico e il drammatico, il guizzo umoristico che brilla nel bel mezzo di un fondo tragico. Tant’è che nella cosmologia che s’è inventato per Lincoln, quello che sarebbe il suo primo romanzo dopo diverse raccolte di racconti, s’intravede qualcosa che somiglia alla speranza, anche quando la condanna finale è già stata emessa. E non c’è niente di meglio che avere sempre una speranza. Di farcela, di cavarsela, di sopravvivere, di riscattarsi, quello che sia.

C’è un capitolo del libro, uno di quelli realizzati con le “testimonianze dirette”, dove l’oggetto del racconto è la luna nella notte del ricevimento a casa Lincoln. Alcuni ricordano una luna piena e lucente in una notte fredda, altri nubi in un cielo nero. E voi, cosa ricordate?

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