Manie da foodie_copertina
Luca Glebb Miroglio

Manie da Foodie

Il leone verde / pp. 104 / € 6
6.5

Foodie: persona ossessionata dalla cultura gastronomica, cosmopolita a chilometro zero, tendenzialmente detestabile. Se potessi sfidare Luca Glebb Miroglio in un esercizio di sintesi ancora più estremo di quello che compie nel piccolo “Manie da foodie”, opterei perla lunghezza netta e tagliente di un tweet per riassumere il contenuto del suo libro.

“Manie da foodie”, appena pubblicato dalla casa editrice torinese Il Leone Verde, è una guida dedicata ai vezzi e ai capricci dei contemporanei maniaci del cibo. Dal “fashionablefoodvictim” che visita Vienna solo per esibire la Sacher nella tradizionale scatola di legno, al “foodie coscienzioso”che fa dell’etichetta più che della qualità la sua vera mania, il libro è una spietata classificazione dei “tipi” di persona che mostrano un interesse sentito, anche se perlopiù ingiustificato, per un qualche aspetto della cultura food.

Il turningpoint della narrazione, almeno per il coinvolgimento del lettore, arriva con la presentazione del foodie “So-tutto-io”, quello che con fare paternalistico o arrogante ostentala sua preparazione su tal piatto o tal ristorante. «Come per tutti i signor So-tutto-io, la principale spinta non è l’argomento in sé, che non ricordano nemmeno più quando e perché l’hanno scelto, ma è lo spirito competitivo, la sindrome del primo della classe». In questa puntuale caratterizzazione riconosciamo un certo tipo di persona per cui tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo alzato gli occhi al cielo in segno di malcelato imbarazzo. O riconosciamo, penosamente, noi stessi. Leggere “Manie da foodie” ignorando il processo di identificazione è praticamente impossibile: gli aneddoti e le esperienze personali dell’autore che condiscono tutto il libro ci consegnano dei personaggi estremamente reali e riconoscibili, familiari.

Ecco perché, d’istinto, avrei concesso una recensione di massimo 140 caratteri a “Manie da foodie”: sarebbe stata la via d’uscita più immediata e comoda per il lettore che, senza troppe resistenze, si è identificato in una delle prime categorie presentate nel libro – “il minimo sforzo”, i pigri, quelli dei risotti in busta ma soprattutto delle cene a sbafo in case altrui. «Il non-foodie non sa nulla e non capisce nulla […] La sua non è mai cattiva fede, ma sempre e solo pessimo gusto», sentenzia l’autore.

Se potessi approfittare di un invito a cena a casa di Luca Glebb Miroglio gli confiderei che quelli del minimo sforzo non hanno necessariamente cattivo gusto: a unirli c’è, al massimo, l’assenza di abilità manuali ai fornelli e la vocazione per altre attività. Gli porterei la testimonianza di un non-foodie che, anziché cucinare, ama trascorrere il tempo leggendo i tic nervosi dei veri foodie per sentirsi, tutto sommato, in pace con il suo senso di inadeguatezza. Che, con l’apprensione tipica di un“coscienzioso” e le debolezze proprie di un “fashionable”,preferisce ordinare la Sacher nella scatola di legno direttamente a casa sua, col wi-fi scroccato da una tisaneria bio.

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