Ci sono le stelle nel cielo e sotto le stelle ci sono la terra, le città e i palazzi. Exit West di Mohsin Hamid sembra iniziare con c’era una volta e raccontare, con la voce delle favole, la storia della luce e dell’oscurità che si combattono: sembra e forse è quello che fa. Il sogno di Saeed è andare nel deserto del Cile e stendersi sulla schiena, per vedere le stelle brillare lungo la via lattea, finalmente liberate dall’inquinamento luminoso delle città, e sentirsi su una sfera che ruota da qualche parte nell’universo.
Per Nadia il piacere è ascoltare, ogni notte prima di andare a dormire, un vinile suonare nell’appartamento dove vive da sola, perché la penombra e la solitudine vengano appena attutite da quelle note. Si incontrano a una lezione di marketing e iniziano a parlarsi come succede a vent’anni, nello spazio luminoso degli schermi dei cellulari, attraverso le onde invisibili e le connessioni wireless, senza toccarsi, come una possibilità, nello stesso modo in cui la guerra è ancora un tuono sordo a distanza. “Può sembrare strano che in città sull’orlo del baratro i giovani vadano ancora a scuola – scrive Hamid – ma così stanno le cose, nelle città come nella vita: un momento sbrighiamo le nostre incombenze come se nulla fosse e quello dopo moriamo.”

Chi vive in Occidente pensa che la guerra sia l’opposto della pace, che le città scompaiano da un giorno all’altro sotto l’attacco delle bombe e dei carri armati, perché ha imparato la sua forma dalle notizie dei telegiornali, dagli scontri e dal fumo che si alza dai palazzi; ma ai telegiornali interessa che le immagini siano iconiche, non che raccontino che la vita in tempo di guerra è fatta principalmente di attese e blackout e razionamenti. Chi vive la guerra come condizione perpetua, come minaccia costante, sa che i conflitti non azzerano il passato, ma immobilizzano il presente, precludono il futuro: un giorno si studia, si va a trovare la propria ragazza e il giorno dopo si riempie uno zaino con tutto quello che può servire per attraversare quel braccio di mare che ti separa dal continente in pace. La vita in tempo di guerra è la mancanza di alternative, è poter scegliere solo per sottrazione, stare con chi resta, è diventare meno se stessi, più invisibili, o ospiti indesiderati in altri Paesi.

Un articolo del “New Yorker” racconta di come in Svezia alcuni rifugiati minorenni siano diventati improvvisamente catatonici alla notifica del rimpatrio; come principesse e principi caduti sotto un incantesimo, aspettano di tornare in una patria che non hanno nemmeno mai avuto. E forse è vero che la condizione del migrante si dice bene col tono della favola, perché è una condizione di eterno presente, di chi non ha passato né futuro, bloccato come per una magia oscura in un limbo in cui si può solo sopravvivere. Hamid racconta con grazia questo limbo, trasformandolo in una terra di mezzo, in portali e passaggi segreti, perché a lui non interessa essere necessario o osceno, ma accurato. Rinunciando al realismo: sarebbe come descrivere l’aspetto delle stelle oggi, sapendo che quella che vediamo è la luce emessa milioni di anni prima. E per Hamid è Exit West a diventare una luce che attraversa il vuoto, il passato e il futuro insieme, mondo a venire e mondo scomparso, svincolato da tutto come un geoide che ruota nello spazio oscuro.

Nel 2010 Patricio Guzman ha girato un documentario dal titolo Nostalgia della luce: un ritratto del deserto di Atacama, quello amato da Saeed, che parla di luce e dei desaparecidos svaniti nel nulla. Ogni tanto nell’oscurità si accendono delle luci e dagli schermi luminosi dei telefoni e dei computer appaiono immagini perdute: una città del Medioriente dove i ragazzi si innamorano e le motociclette continuano a girare per le strade nelle ore in cui è ancora permesso; e la Londra degli invisibili, “bella nella sua decadenza, come un paio di polmoni straziati”, come la definisce Iain Sinclair in The Last London. Se dovete leggere un solo libro, che sia questo.

Pubblicato sul Mucchio n. 754

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