Nessunacroce
Angelo Mellone

Nessuna croce manca

Baldini&Castoldi / pp. 320 / € 16
7

Qui c’è l’Italia.

Quella del cambiamento dal sistema pentapartitico all’attuale.

Ci sono audiocassette, sigarette fumate fino al filtro, contestazione, lotte tra ideali. Lotte scandite da azioni e reazioni, uguali e contrarie. Lotte contro gli altri e contro se stessi. Lotte per gli altri e per la propria città. Ci siamo tutti noi, a dispetto di qualsiasi sponda possa averci fatto da terreno “sicuro” nella nostra vita, con il nostro carico di aspettative giovanili, con le passioni brucianti e infiammanti che ci hanno carbonizzato l’anima in cui intingiamo le dita adulte, disegnando –malinconici-vecchi tracciati sulle pagine bianche dell’oggi.
E poi c’è la violenza della vita, che prende quattro ragazzi di Taranto e li percuote di felicità e dolore; un quadrilatero chiamato Dindo, Gorgo, Chiodo e Claudio, che come una testuggine avanza verso la maturità, nell’impegno politico e ideologico per poi deflagrare tra imprevisti esistenziali e curvature di realtà che separano ma non spezzano.

Nessuna croce manca ha una disperazione donchisciottesca, una forza inarrestabile nonostante tutte le avversità che vengono messe in campo durante le 323 pagine –mai statiche- di un libro che riesce a parlare un linguaggio di cronaca tricolore (raccontando dagli anni ’80 ai giorni nostri, dalla fine dell’MSI ai momenti più recenti, passando per Fiuggi e molto altro ancora) fusa con un’inedita narrativa di formazione, illuminando il vissuto di quattro ragazzi schierati a destra, che nonostante irregolarità, allontanamenti, affezioni e afflizioni, non riescono a distaccarsi da essa. Non c’è apologia, non c’è agiografia, al contrario l’autore sublima la trama da ogni presa di posizione, rendendola universale. Una storia di sentimenti, di tragico eroismo, come ognuno di noi può aver vissuto.

Romanzo necessario per capire l’odio e la comprensione utile per farne uso o abuso.
Angelo Mellone ha scritto di un gruppo di perdenti che – tra moltissimi colpi di scena – riescono a vincere solo la consapevolezza del loro essere dei ronin.

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