kent
Nick Kent

The Dark Stuff

Arcana / pp. 377 / € 22
SV

Diciamoci la verità: non esistono più i giornalisti rock di una volta. Si potrebbe obiettare che non esiste più neanche il rock di una volta, ma la scusa è troppo obsoleta per stare in piedi. L’unico modo per non vederla così nera, è considerare le penne che hanno reso grandi Creem, Rolling Stone ed NME come dei fuoriclasse… fuori gara. È il caso di Nick Kent, discepolo-corrispettivo britannico di Lester Bangs, del quale (finalmente) arriva in Italia The Dark Stuff, raccolta di scritti dei golden years della rock Babilonia pubblicato nel Regno Unito nel lontano 1994 e in versione aggiornata nel 2007. Ebbene, Nick Kent sarà pure il cronista rock cattivissimo ed egocentrico che ci hanno raccontato, ma il distacco temporale e certa autoreferenzialità del giornalismo musicale odierno (che farebbe arrossire pure Kent) aiutano a superare un vecchio tabù: ovvero che quel music journalism possa essere “arte”. Con la sua prosa tagliente, brillante, acuta, sensoriale, realista e il suo ritmo scorrevole, avido nel risucchiare l’attenzione del lettore, Nick Kent è un incrocio tra uno scrittore sapiente e uno dei personaggi “death or glory” del libro.

The Dark Stuff racconta quarant’anni di popular music spennellando ritratti dei suoi protagonisti: attraverso il loro lato oscuro, la droga, la follia, gli eccessi, le debolezze. Si apre con un capitolo magistrale su Brian Wilson, per poi darle di santa ragione a Lou Reed e Sid Vicious, delineare i profili duri, sofferti, eppure meravigliosi di Miles Davis e Iggy Pop, omaggiare malinconicamente Kurt Cobain, farsi un trip psichedelico con Roky Erickson, e(c)stasiarsi di risate con Happy Mondays e Stone Roses ed infilarsi tra le pieghe nascoste degli Stones e di Brian Jones. Un libro spesso impietoso – dove la crudezza serve a rendere un buon servizio al lettore – e pertanto efficace nel far divampare il r’n’r con le sue storie, i personaggi, l’ironia, il filtro raschiante dell’autore. The Dark Stuff farà gongolare gli appassionati, ma soprattutto farà amare la materia ai neofiti. Più di qualsiasi “storia del rock”.

Pubblicato sul Mucchio 701

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