Cognetti
Paolo Cognetti

Le otto montagne

Einaudi / pp. 208 / € 18.50
8

Facciamo finta che l’acqua sia il tempo che scorre. Se qui, nel punto del fiume dove siamo noi, è il presente, da quale parte è il futuro? Lì dove va l’acqua, si dirà, sbagliando proprio come Pietro, il protagonista de Le otto montagne, un ragazzino appena iniziato dal padre alla realtà delle Alpi. Basta osservare i pesci per capire che la risposta è un’altra, cioè a monte. Da lì vengono insetti, rami, foglie, qualsiasi cosa. Il pericolo come le sorprese. Per questo, resistendo alla corrente, la trota guarda in alto: nell’acqua che va verso il basso non c’è più niente, quello è il passato.

Probabilmente sono immagini come questa, oltre a quella da cui nasce il titolo e legata all’incontro con un vecchio nepalese, ad aver contribuito a dare all’ultimo libro di Paolo Cognetti l’aura di “caso letterario” – così è quando si viene tradotti in oltre trenta paesi -, suggerendo quasi di essere di fronte ad una storia al ribasso, frutto di una sommatoria di metafore, suggestive e originali, ma soprattutte buone per tutte le latitudini. E invece no. Qui è dove lo scrittore, complice il paesaggio amatissimo, trova la sua dimensione più compiuta e dove il lettore avanza commosso tra le pagine. Una condizione rara, quest’ultima, che evolve in riconoscenza e affetto per uno sconosciuto di cui hai provato la sensibilità. Già il precedente Sofia si veste sempre di nero aveva messo in luce quelle qualità di Cognetti che qui si ritrovano limpide, addirittura più centrate, rendondolo “a suo modo” riconoscibile nel panorama italiano. Anche il nuovo romanzo parte da questa idea di unicità: “Mio padre aveva il suo modo di andare in montagna”, una modalità che riflette un approccio alla vita poco incline alla meditazione e che racconta di un uomo che solamente sulle vette, nelle parentesi lontane dal lavoro e dalla città, si sente a suo agio. Un uomo che Pietro riscoprirà, dopo il fisiologico rifiuto adolescenziale fatto di silenzi, ripercorrendo i sentieri che aveva lasciato che il genitore, da un certo momento in poi, affrontasse da solo mentre lui sperimentava altrove quel senso di torto generazionale, di rabbia e di delusione in cui è facile immedesimarsi. Maledizione, “chi si sta rubando quello che ci spettava?”.

Quella di tornare nel posto da cui si era scelto di allontanarsi è una maniera assai poetica di coprire vuoti e distanze e implica un grande rischio: scoprire come il tempo e i ricordi hanno lavorato su di noi. Ed è proprio nei movimenti, che siano distacchi, ricongiungimenti o salite che Le otto montagne trova i suoi momenti più riusciti, resi spesso nell’intensità di poche battute come in questo caso: “Stavo imparando che cosa succede a uno che va via: che gli altri continuano a vivere senza di lui”. Quando Pietro si mette le Alpi alle spalle, lascia lì la sua infanzia, l’estate, suo padre e il suo amico fraterno, Bruno, così diverso eppure fondamentale nella sua formazione. Bruno è un montanaro che da quei luoghi non si muoverà mai mentre Pietro finirà per prendere aerei diretti in Asia tornando in particolari occasioni a quell’amicizia nata tra i boschi che parla la lingua di un sentimento universale fatto di esclusività e complicità – “Be’, mi dissi, questa devo proprio raccontarla a Bruno” -, di timori e di conferme – “E come sta? Si ricorda di me? In tutti questi anni mi ha pensato quanto l’ho pensato io?” ; semplicemente riassumibile in: “Ci speravo che fossi tu”.

Sul suo blog Cognetti scrive dell’origine del romanzo, di come fosse in cerca del suo Due di due e del suo Narciso e Boccadoro, del suo In mezzo scorre il fiume e del suo Gente del Wyoming e di quanto sentisse questa storia viva dentro di sé. Se non è in giro per i boschi, dice che è possibile trovarlo ad un certo indirizzo di posta elettronica a cui si può ricorrere. Perché è questo che succede quando finisci di leggere un libro così: che non lo dimentichi.

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