purity
Jonathan Franzen

Purity

Einaudi / pp. 656 / € 22
7.5

Ti diranno che può non essere corretto scrivere in una recensione, soprattutto al principio, un’impressione personale, puramente soggettiva. E sai anche che probabilmente hanno ragione loro, anche perché ricordi il fastidio che a volte ti sfiora quando leggi recensioni che lo fanno – magari dall’inizio alla fine. Per questa volta tuttavia farò un’eccezione e dunque riporto qui una frase che ho annotato mentre stavo leggendo Purity, l’ultimo romanzo di Jonathan Franzen nella curatissima traduzione di Silvia Pareschi. È stato in una serata di inizio aprile, in un piccolo parco, me ne stavo su una panchina neanche troppo comoda mentre intorno scorreva tutta un’umanità cittadina di felici e infelici o indifferenti; ero a metà libro, l’ho richiuso, portando la sovraccoperta alla pagina dove mi ero interrotto, ho preso il telefono, ho aperto un foglio di appunti e ho scritto Provare Gioia Leggendo Franzen, Si Può.

Credo sia una cosa forte, anche perché l’ho scritto pensandolo realmente, ovvero: mentre provavo una distinta sensazione di gioia; chiaro, una forma particolare di gioia, ma percepibile in maniera netta. Oltretutto è arrivata all’improvviso, in una parte del romanzo che mi stava piacendo meno di altre (perché Purity è un grande romanzo complesso oltre che ambizioso, e dunque direi inevitabilmente discontinuo, esistono al suo interno zone meno potenti di altre), ma è arrivata, e non succede tanto spesso, perché non è vero che leggere è sempre un-sacco-bello, e poi anche perché puoi leggere libri che trovi forti e necessari, ma che non ti fanno provare quella gioia lì, quello che a un certo punto di Purity Franzen descrive come un semplice clic.

A questo punto sono arrivato quasi a metà recensione e l’Impressione Personale, Puramente Soggettiva, si è dilatata come può accadere alla pianta rampicante su una parete: ed è giunto il momento di riportare paro paro il paragrafo in questione. Purity, o Pip, la ragazza che dà il nome al romanzo, è ospite a casa del suo capo, una donna di nome Leila che vive con il marito, Charles, pur avendo una solida relazione con un altro uomo. Il marito in questione è un ex scrittore di successo, che ha conservato intatte brillantezza e un certo tocco di fascino, ma che ha mancato l’appuntamento con il nuovo romanzo, stroncato dalla critica, e che fondamentalmente è ormai un alcolizzato per giunta rimasto invalido dopo un brutto incidente.

E quindi: «Charles guardò Leila con un’espressione afflitta, di comico rimprovero. Doveva proprio negare al tizio in carrozzella quel briciolo di piacere? L’anima – disse a Pip – è una sensazione chimica. Quello che vedi sdraiato sul divano è un enzima nobilitato. Ogni enzima ha il suo lavoro da fare. Passa la vita a cercare la specifica molecola con cui è destinato a interagire. E un enzima può essere felice? Ha un’anima? Io rispondo sì a entrambe le domande! L’enzima che vedi qui sdraiato è stato creato per trovare la brutta scrittura, interagire con essa e migliorarla. Ecco cosa sono diventato, qui a galla nella mia cellula: un enzima correttore di brutta scrittura –. Poi aggiunse, con un cenno in direzione di Leila: – e lei ha paura che non sia felice».

Ecco, qui, a questo punto, ho percepito il clic interno; l’avevo intravisto in altri momenti del romanzo, per esempio al principio, quando Franzen introduce Pip all’interno della casa comune che condivide con altri ragazzi e ragazze, a Oakland, dei radicali di sinistra; o quando ci porta a Berlino Est, alla vigilia della riunificazione tedesca, soffermandosi sul giovane Andreas Wolf, futuro attivista-capo di una sorta di Wikileaks. Purity è insomma un autentico romanzo-mondo – che difatti ti trasporta in giro per tutto il pianeta, o quasi – un libro che ha l’ardire di affrontare la nostra epoca contemporanea, riuscendo laddove un altro scrittore dotato come Dave Eggers aveva fallito, con Il Cerchio.

E se esistono cadute di tono, o passaggi meno riusciti di altri in oltre seicento pagine, è pur vero che improvvisamente arrivano quei clic; e sì, può capitare di Provare Gioia.

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